Torre Annunziata, Francesco e Antonella in lotta contro la crisi: «300 € son pochi, non sfameremo i nostri figli»

Giovanna Salvati,  

Torre Annunziata, Francesco e Antonella in lotta contro la crisi: «300 € son pochi, non sfameremo i nostri figli»

Francesco e Antonella abitano in uno dei «vasci» del Quadrilatero delle Carceri. Il rione delle case scarrupate a Torre Annunziata, che si sbriciola con il vento e con l’indifferenza delle istituzioni. Un appartamento piccolo, meno di quaranta metri quadri. Appena entri, sulla destra c’è il bagno: la porta non c’è. La privacy non esiste. Dopo il primo scalino c’è la cucina con un divano letto: qui dormono Maria Neve e Ciro, i figli di otto e sette anni. Sulla destra, dietro la porta di legno un armadio e un letto in ferro battuto. Ormai arrugginito. Nascosti, in un angolo del piccolo stanzino, dei cassetti di un vecchio armadio: dentro ci sono abiti. La luce c’è solo in cucina: una lampadina penzolante sul soffitto, ma arriva, di riflesso fino alla camera da letto. Nel bagno, invece, una piccola finestra: non ha vetri, solo inferriata e cartoni per impedire che qualcuno dall’esterno sbirci o entri. La porta principale è chiusa e non c’è nemmeno un citofono ma ormai tutti sanno che abitano lì. Papà Francesco si arrangia come muratore, Antonella lava le scale in un condominio, ma entrambi, con l’inizio della pandemia, si sono rinchiusi in casa. Zero lavoro, zero soldi, e zero cibo. Aprono le porte della loro casa a Metropolis, perché vogliono raccontare il loro dramma. «Non mi vergogno a dirlo, avevamo conservato qualche euro per i nostri figli – racconta papà Francesco – per i loro studi, pochi vero, ma potevano servire a compragli un libro, un grembiule, un paio di scarpe o mandarli alle feste per non farli sentire a disagio o diversi: li stiamo spendendo per la spesa, ma anche quelli stanno finendo». La casa è piccola ed è accogliente perché mamma Antonella ha cercato di arredarla con quanto le veniva regalato, ma la povertà si respira in ogni angolo delle pareti domestiche. Ci mostra il frigo «non è pieno, dentro ci sono uova, qualche scatola di tonno, ora vorrei riempir- lo per Pasqua con il bonus spesa che ci hanno consegnato ma non lo farò». Tra le mani stringe i buoni: sopra c’è indicato il nome del marito «non abbiamo reddito, abbiamo avuto un buono di trecento euro in tagli da dieci euro ma non possiamo spenderli tutti – continua – dobbiamo sta- re attenti perché anche se tra qualche settimana tutto questo finirà noi non avremo ancora un lavoro e come andremo avanti?». Le sue lacrime scivolano sul viso e bagnano il ticket. Sul divano c’è la piccola Maria Neve che la aggiunge e le grida «mamma ma non piangere, racconta che tu sei brava a fare la torta an- che senza latte ma con l’acqua». Antonella ritrova il sorriso e continua il suo racconto «la povertà ti distrugge ma la forza sono i miei figli, temo per loro, per il loro futuro: a scuola non gli facciamo mancare nulla, ma quando la mattina ti chiedono il latte e io ho solo bottiglie vuote o di acqua mi sento la morte nel cuore, non sono una madre, ma questo al Comune, al Governo non interessa». Stanno osservando le restrizioni ma fra poco anche la bolletta dell’acqua potrebbe essere staccata «non sappiamo come pagarla, il parroco ci sta dando una mano e una nostra vicina di casa ci porta verdure una volta a settimana, ma anche lei ha i suoi problemi. Non abbiamo mai chiesto il pacco alimentare nonostante ne avessimo il diritto, ma penso a chi non riesce nemmeno ad arrangiarsi». Poveri ma che pensano ad altri poveri «questi buoni ci permetteranno di trovare sollievo per pochi giorni, perché quattro bocche da sfamare, e le medicine da comprare perché mio marito è cardiopatico sono un peso sulle spalle che nessuno immagina, ma proviamo a trovare la forza nella fede – poi l’appello al sindaco – siate vicini ai poveri, oggi ma anche domani».

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