Ripartenza e sostenibilità

Claudio Quintano,  
Amleto Vingiani,  

Ripartenza e sostenibilità

La riapertura è il tema del giorno ed induce comprensibili ansie nei decisori per le enormi responsabilità connesse ad ogni passo e ad ogni scelta, tra gli opposti scogli del riaccendersi del contagio e del naufragio economico. Ed è ovviamente l’occasione per lo scontro frontale tra due antinomiche Weltanschauung, il pensiero neoliberista per cui produrre è tutto e fermarsi è crimine e tutta la composita galassia che vorrebbe cambiare tutto o quasi giudicando troppo grande la ferita inferta al Mondo dall’attuale assetto. Proprio di questo peculiare aspetto della ripartenza tratta un recente contributo del Sito ASVIS, la più alta voce sulla sostenibilità in Italia che ha come portavoce uno statistico economico ed intellettuale del calibro di Enrico Giovannini.

C’è innanzitutto da chiedersi che ne sarà dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità, sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. L’Agenda ingloba i 17 Obiettivi ritenuti imprescindibili per lo Sviluppo Sostenibile ma il mondo che uscirà dal Covid non sarà ovviamente più quello del 2105, sarà un mondo impoverito, impaurito e comunque diverso. Benchè si affermi che morte e malattia son democratiche questa epidemia ha mostrato la falsità di questo asserto, cosa già ben nota ad ogni medico: la forbice si è ulteriormente allargata tra chi ha i mezzi di sussistenza e chi aveva già la precarietà a modalità e sistema di vita.

Ci si chiede se per lo Stato, già auspicato come “ minimo “ da economisti come Friedman e filosofi come Nozik, ci sarà un ritorno alla grande sia per il sostegno keynesiano, chiesto ora a gran voce da tanti neoliberisti di ieri, sia per riedificare lo smontato edificio del Sociale, a cominciare dalla Sanità la cui importanza in tempo di guerra è ora colta da tutti. Ogni agenzia di rating, vox clamans, continua a dar numeri terrifici e scontati che però spaventano sempre meno chi comincia ad aprir gli occhi. Donato Speroni dell’ASVIS citava nel suo pezzo il ciclico riproporsi del concetto di “ nuovo modello di sviluppo “: ora che le idee son più chiare non vi è dubbio che i più, non solo gli intellettuali e le anime belle, vogliano un sistema produttivo che possa conciliare profitto e sostenibilità, pena la fine di questo pianeta. Una sostenibilità attenta alle emissioni, ai materiali utilizzati, alle condizioni di produzione in nome dei criteri ESG (enviromental, social, governance ).

C’è lo spettro di un re-inizio folle e dissennato per recuperar il perduto, c’è la speranza che prevalga la ragione, anche strumentale ma non neoliberista, con la valorizzazione della Green Economy, cosa che sul nostro territorio già fanno ad esempio imprenditori della Rete 100% Campania coordinati da un illuminato ed intelligente imprenditore come Aldo Savarese che ha creato dal nulla realtà nuove, produttive e molto, molto verdi! Quante nuove consapevolezze sono emerse! Ci si è accorti che la privacy e l’ultra-garantismo occidentali son lusso da tempo di pace e benessere collettivo: la catastrofe ha mostrato come sia non accettabile ma indispensabile ripensare, sia pur brevi tempore, questi concetti se il contraltare è la vita. Il garantismo estremo è forse una astrazione di sé stesso ed i bilanci quotidini fatti in questi giorno lo mostrano senza dubbi. Poi la vicinanza gli uni agli altri, che riporta ad un grande libro.

“ La Peste” di Albert Camus è un altissimo inno alla solidarietà, punto fermo in un mondo di cui si è perso il senso; un grande protagonista, Padre Peneloux, di fronte all’agonia atroce e senza tregua di una bambino ed alla insensata ingiustizia di quel dolore, smette di predicare, non ci si dice se egli perda o mantenga la Fede, si rimbocca le maniche ed aiuta nel sostegno quotidiano ai malati finchè muore anch’egli di peste. Cosa sarà dei frammenti di solidarietà tornata tra gli uomini in queste tenebre? La grande Hanna Arendt ha scritto, ne l’Umanità in tempi Bui”, dei perseguitati che si avvicinano gli uni agli altri con un calore nelle relazioni umane, una bontà ed una gentilezza di cui altrimenti l’Uomo è incapace. Che ne sarà di questo calore dopo? Recentemente ricordavamo che catastrofe, uno dei nomi possibili del nostro oggi, deriva dal verbo greco katastrepho che vuol dire sì terminare ma anche cambiamento di direzione, svolta. E quindi riadattamento e mutazione di forma. A noi provare a rendere più umana questa forma.

(*Claudio Quintano Professore Emerito di Statistica Economica, già Rettore Università Parthenope

Amleto Vingiani Medico Direttivo Nazionale Sapmi)

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