Mutande fuori al negozio di Castellammare: «Lo Stato ci toglie tutto»

Andrea Ripa,  

Mutande fuori al negozio di Castellammare: «Lo Stato ci toglie tutto»

Un paio di mutande attaccato al muro, sotto a un foglio di carta bianco su cui c’è una scritta con il pennarello rosso. «Lo Stato ci ha lasciato in mutande».

Oltre all’indumento intimo si scorge la saracinesca abbassata. Da giorni è così. E chissà per quanto tempo ancora resterà abbassata. I titolari del Bar Diana di Castellammare di Stabia è uno dei tanti che ha deciso di non riaprire. Sarebbe come andare incontro a ulteriori perdite. Le sole consegne a domicilio permesse da decreto regionale non è una boccata d’ossigeno. Anzi rialzare la saracinesca rischia di rendere ancor più amara una realtà lavorativa drammatica per gli effetti del Coronavirus sull’economia.

Senza gli aiuti dello Stato molti non riapriranno più, molti altri saranno costretti a licenziare. Saranno pochi quelli che riprenderanno la vita di una volta con le dovute restrizioni a cui dovremo abituarci dopo aver allontanato l’emergenza. Il virus rischia di mandare sul lastrico non soltanto i titolari dei bar o dei ristoranti, ma decine di categorie di lavoratori su cui è calato un velo di mistero in merito al futuro. Titolari di negozi di abbigliamento, proprietari di centri estetici e quanto altro ancora. Da Castellammare all’hinterland vesuviano la crisi economica della pandemia non ha risparmiato nessuno. Le saracinesche abbassate delle attività commerciali lungo strade spettrali, svuotate dal Coronavirus, sono un colpo al cuore.A San Gennaro Vesuviano sulle saracinesche dei negozi per la cura del look, parrucchieri ed estetisti, hanno cominciato a comparire cartelli. Tutte con la stessa scritta: «Lo Stato ci ha abbandonato». Così si legge su quello che una volta era l’ingresso delle attività e che da settimane è soltanto una saracinesca triste e fredda. «Non si sa quando riapriremo, non sappiamo come fare. Rischiamo di non riaprire più», raccontano alcuni dei proprietari dei negozi. Ma nell’elenco degli scontenti non ci sono soltanto i parrucchieri di San Gennaro Vesuviano o i baristi di Castellammare di Stabia che hanno affisso mutande sulle saracinesche abbassate. A Somma Vesuviana sessanta commercianti si sono coalizzati, resteranno chiusi per gli effetti del lockdown e di una ripresa lumaca. Nei giorni scorsi hanno consegnato al Comune le chiavi dei propri negozi. Che chissà per quanto tempo ancora dovranno restare chiusi. «Il decreto illustrato la sera del 26 aprile dal Presidente Conte, conferma purtroppo la scarsa attenzione nei confronti delle Partite Iva, che si sentono abbandonate. Dopo la giusta chiusura, che risale ormai da quasi due mesi, delle attività commerciali dalla sera alla mattina con gravose perdite di prodotti comprati o preparati, ci si aspettava qualcosa in più dell’umiliazione dei 600 euro, tra l’altro non per tutti. – spiegano i commercianti di Somma Vesuviana che hanno consegnato le chiavi dei negozi al sindaco Di Sarno – Non si è provveduto a sospendere le utenze che mensilmente continuano ad arrivare insieme ad altre spese che bisogna sostenere. Si segnala anche, con la stessa determinazione, il mancato pagamento ad oggi, delle casse integrazioni dei nostri collaboratori che, come noi, vivono questo disagio. Altresì, la categoria di Bar, Ristoranti, Pizzerie, Parrucchieri, Fotografi, Centri estetici, Pasticcerie, Imprese manifatturiere, Ludoteche, Ambulanti, Strutture per ricevimenti, Artigiani, Abbigliamento e tanti altri negozi di vario genere, si sente abbandonata con tempi di apertura incerti e lontani in condizioni inique ed ingiuste».

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