L’infinito in un sasso

Filomena Zamboli,  

L’infinito in un sasso

Filomena Zamboli* 

Dal mio piccolo studio, in casa, anche stamattina, ho di fronte la nitidezza di Monte Faito. L’ho scrutato tante volte, maestoso e azzurro nel cielo. Ma sempre di corsa. Mi ricordo che c‘era incessantemente qualcosa da fare. Non poteva, quella bellezza maestosa, distrarmi, mentre, contemporanea, mi assaliva la percezione che, con ogni urgenza, bisognava cambiare vita. Pensavo: tempus fugit intanto che perdiamo la lentezza delle cose. Il silenzio, un figlio che gira per casa… Anche adesso che una pandemia ci ha costretto dentro giorni tutti uguali, sovrabbondano le “cose da fare” e il tempo, di nuovo, ci manca. Torna Maggio senza la scuola. Non era mai successo che un anno scolastico si concludesse così. In lontananza. Tutti pensavamo che la fase 2 assomigliasse a una rinascita.

E ci eravamo immaginati di poter riprendere la vita esattamente da dove l’avevamo interrotta. Insomma, questa apnea ci appariva sensata a patto che il brutto sogno scomparisse, questo “covid” che ha deciso di abitare in mezzo a noi. E che, fin quando non si piegherà alle regole dell’umana convivenza, continuerà a privarci di ogni forma di vicinanza. Il fatto che non si possa tornare dentro le aule, spazi di vita, luoghi di incontro, di condivisione, ci interpella perché non possiamo aspettare per riprendere a vivere. Dobbiamo guardare in faccia la nuova normalità. Cominciando da dove? Innanzitutto dalla certezza che, allorquando la guerra scoppiava e i generali organizzavano strategie e progetti di avanzamento, noi della scuola già scavavamo trincee di resistenza.

E con tutti i mezzi a disposizione tiravamo i ragazzi dal letto dell’apatia e della paura dell’ignoto, della finta vacanza senza fine. Come nelle trincee di sangue e di fango della prima grande guerra, dove gli “italiani” si sono conosciuti, veneti e sardi, piemontesi e siciliani, pugliesi e lombardi e campani, accomunati dalla paura e dallo spaesamento per quell’evento tremendo, così abbiamo cercato una lingua nuova, fatta di meno nozioni e più partecipazione. Abbiamo tentato di intercettare i dialetti dei nostri ragazzi invece di parlare la lingua universale di un sapere ignoto e distante. Cominciato a rimestare l’ignoto, ciò che avevamo dimenticato: un essere umano con un nome e un cognome.

E una faccia e una voce. Cosa stiamo imparando nei giorni della distanza, alla ricerca della vicinanza? Che la realtà è sempre è più interessante di quello che appare a prima vista. Che la storia pretende riflessione e cambiamento. Che il rapporto con il passato pulisce lo sguardo di “adesso” e ci fa fare un passo in avanti nella nostra identità. Nell’oggi. Ripartiamo, allora, dando tempo alla riflessione, e smettiamo di abitare il tempo dell’opinione. I nostri pensieri non sono quelli maturati dentro la vita dei social, distratti dal suono rimbombante di chi grida più forte e racconta il mondo come lo vuol vedere, dalla televisione che indottrina e ci spiega. Se non avessimo avuto connessioni sarebbe stato un disastro, certo. Eppure dalla babele dei dialetti che risuonano nelle nostre trincee, emerge il desiderio della Identità e della Memoria. Non dell’opinione. Bramiamo una lingua nuova per raccontarci. Noi siamo piccole storie come sassi di sentieri sul precipizio dell’incertezza… alla ricerca dell’infinito.

(*Preside Liceo Pascal Pompei)

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