Il mito si racconta: “Grazie al Napoli sono diventato Zoff, ma ora diano spazio a Meret”

frasabatino,  

Il mito si racconta: “Grazie al Napoli sono diventato Zoff, ma ora diano spazio a Meret”

“Meret e Donnarumma sono sullo stesso livello, la differenza è che uno sta in panchina, l’altro è titolare da tre anni”. Da quando ha smesso di giocare, nell’83, Dino Zoff ha scritto quattro libri, rilasciato interviste a mezzo mondo ed è considerato un opinion leader dalla saggezza strabordante, accompagnato dal tono volontariamente grave ed esitante tipico del personaggio. In realtà il portiere più forte di tutti i tempi (nonostante il pallone d’oro al russo Jascin grida ancora vendetta) ha smesso anche di allenare e a 78 anni può finalmente permettersi di uscire dai pali, senza le insidie del ruolo che gli ha rubato la leggerezza dei vent’anni: “Che bello ricevere una telefonata da Napoli… Che bei ricordi… Appena arrivato fui preso in consegna da Antonio Iuliano, che conoscevo già dai tempi del servizio militare. L’anno dopo vincemmo l’Europeo del ’68 con la nazionale, eravamo gli unici due napoletani”. Tra Zoff e Napoli c’è ancora un sentimento vivo, nonostante il successivo trasferimento alla Juventus e il profilo da icona bianconera. “Dal Mantova dovevo andare al Milan, poi la trattativa si arenò e fui ceduto al Napoli per trenta milioni di lire: la grande occasione della mia vita”. Come Alex Meret, friulano acerbo come lui: “E’ forte ma deve giocare, non è un suggerimento a Gattuso ma il talento va sfruttato”. Napoli fu più generosa con Zoff: 131 partite giocate dal ’67 al ’72, debutto in serie A e battesimo in nazionale, negli anni ruggenti del calcio italiano. Tuttavia il ritorno dell’infortunato Albertosi gli costò la maglia da titolare ai mondiali del ’70 in Messico, quelli della storica semifinale vinta 4-3 contro la Germania: “Fu una partita pessima per 90 minuti, la mezzora ai supplementari entrò nella leggenda perché sembrava impossibile battere i tedeschi sul piano fisico. Mai dare nulla per scontato. L’impresa non servì a nulla e perdemmo la finale col Brasile”. Dodici anni dopo Zoff colse al volo l’ultima chance mondiale, stavolta da titolare in Spagna: “Bearzot era coraggioso, colto, capace, recuperò Paolo Rossi dopo la squalifica per calcioscommesse e puntò ancora su di me che avevo già 40 anni, scatenando l’indignazione della stampa. Non tanto per la mia convocazione quanto per l’esclusione di Pruzzo. Quattro anni prima, in Argentina, Bearzot aveva costruito una grande nazionale e la scelta di Rossi fu la logica conseguenza di quel progetto. Nessuno lo capì e infatti dopo la prima fase al mondiale spagnolo la stampa diventò ancora più feroce, ironizzando pesantemente anche sugli orientamenti sessuali di alcuni giocatori. Poi, in un colpo solo, eliminammo Brasile e Argentina e si passò da un eccesso all’altro, dando per scontato che avremmo battuto anche la Germania in finale. L’esito di quel mondiale lo sapete, ma nel calcio, come nella vita, non bisogna mai dare nulla per scontato”. Tra le tante imprese di Dino Zoff ce n’è una inventata di sana pianta dal genio comico di Paolo Villaggio nella saga Fantozzi, la famosa scena del “mitico mercoledì di coppa” con frittatona di cipolle, vestaglia di flanella e rutto libero. La partita è Inghilterra-Italia in diretta da Wembley, brutalmente interrotta dal tirannico megadirettore che costringe tutti i sottoposti alla visione serale di un film cecoslovacco con sottotitoli in tedesco: nella sala voci incontrollate dicevano che l’Italia stava vincendo per 20-0 e che aveva segnato anche Zoff di testa su calcio d’angolo. “Conservo un affettuoso ricordo di Villaggio, ed effettivamente la scena è molto divertente. Purtroppo non ho mai segnato. Ho passato tutta la vita a parare e ho un po’ di invidia verso i creativi, sia nel calcio sia nelle arti in generale. La mia migliore parata? Beh… non c’è dubbio… quella sul colpo di testa di Oscar all’ultimo minuto di Italia-Brasile, con la palla ferma sulla linea e i brasiliani che reclamano il gol. Se non la più bella sicuramente la più importante, perché non bisogna dare nulla per scontato e temevo che l’arbitro assegnasse quella rete fantasma cambiando il destino sportivo degli italiani”.

CRONACA