Castellammare. Così si è arreso il boss Giovanni D’Alessandro

Tiziano Valle,  

Castellammare. Così si è arreso il boss Giovanni D’Alessandro

«Aprite, sono Giovanni D’Alessandro». Sono le 16 quando a Larino, paese di poco più di seimila anime in provincia di Campobasso, il boss di Castellammare di Stabia bussa alle porte del carcere e si consegna alle forze dell’ordine. Una resa che mette fine a una latitanza cominciata il 3 giugno 2020, quando Giovanni D’Alessandro sfuggì all’arresto nell’ambito dell’inchiesta Domino che ha ricostruito un traffico di sostanze stupefacenti gestito dalla potente cosca di Scanzano, portando all’arresto di 29 persone.T-shirt bianca, jeans e scarpe da ginnastica, il 47enne si è presentato ai cancelli del carcere molisano e si è fatto arrestare. Gli agenti della penitenziaria lo hanno sistemato in una cella di sicurezza, dove ha atteso l’arrivo dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata che gli hanno notificato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Napoli Fabrizio Finamore, su richiesta del sostituto procuratore Antimafia Giuseppe Cimmarotta.Gli investigatori stavano ormai stringendo il cerchio sulla latitanza di Giovanni D’Alessandro che lo scorso 3 giugno, nelle ore in cui gli elicotteri sorvolavano il rione Scanzano e le volanti cominciavano a portare in caserma i ras della cosca, riuscì a far perdere le sue tracce. «D’Alessandro è provato, stanco e si è sentito braccato», sussurrano gli investigatori che hanno continuato a indagare senza sosta in questi due mesi di latitanza del boss che sarebbe visibilmente dimagrito. Con l’arresto del boss si chiude quindi il cerchio, almeno sul versante stabiese, per quanto riguarda l’inchiesta Domino che ha visto finire in cella personaggi del calibro di Sergio Mosca, Antonio Rossetti e Nino Spagnuolo tra gli altri. L’ultimo irriducibile resta Antonio Di Martino, capoclan di Iuvani – zona al confine tra Pimonte e Gragnano – destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare nell’ambito della stessa indagine, ma latitante addirittura dal 5 dicembre 2018, quando riuscì a sfuggire alla cattura per il blitz Olimpo. Giovanni D’Alessandro secondo quanto ricostruito dalle indagini condotte dai carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata è stato reggente del clan di Scanzano dal 2015. Figlio di Dante D’Alessandro, è cugino dei padrini fondatori della cosca Michele (defunto nel 1999) e Luigi, oggi libero dopo aver scontato una lunga condanna. L’inchiesta Domino nasce nel 2017, a seguito dell’omicidio del ras dell’Acqua della Madonna Antonio Fontana, nemico giurato del clan di Scanzano. Gli investigatori cominciano a pedinare e intercettare boss e fiancheggiatori del clan D’Alessandro e riescono a ricostruire il “patto di Scanzano”: l’accordo che prevede che il clan fornisca gli stupefacenti a tutte le piazze di spaccio della città, intascando anche una percentuale sulle vendite. Al vertice di quel patto, secondo gli investigatori, ci sono tre figure di spicco del clan: Sergio Mosca, Antonio Rossetti e Giovanni D’Alessandro, appunto. Sono loro che finanzierebbero l’acquisto di grosse partite di stupafecenti da mettere poi a disposizione delle piazze di spaccio. Negli atti dell’inchiesta non ci sono intercettazioni dirette del boss di Scanzano, che tuttavia viene citato più volte nel corso dei dialoghi tra narcos (su tutti Nino Spagnuolo) e ras e della cosca, che lo individuano come il vertice della piramide, la persona da far intervenire nei casi più spinosi da gestire e da contattare solo quando bisogna trattare questioni fondamentali per portare avanti gli affari illeciti del clan. Poi ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che negli anni hanno raccontato anche il sistema utilizzato dalla cosca per le successioni alla reggenza dei D’Alessandro. Nel 2015 – quando tornò a Castellammare – Giovanni, alias “Giovannone”, era l’unico componente diretto della famiglia ad essere in libertà e anche per questo motivo secondo gli investigatori avrebbe assunto il ruolo di comando.

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