Andrea Ripa

Camorra. Il boss implora pietà: «Fatemi uscire dal 41-bis»

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Camorra. Il boss implora pietà: «Fatemi uscire dal 41-bis»

Da dieci anni la sua casa è una gabbia di cemento di pochi metri quadrati. Sepolto vivo all’inferno del 41-bis, il temutissimo carcere duro riservato a  mafiosi e terroristi. Perché lui, Natale Dantese,  boss lo è stato per davvero. Anzi, per l’Antimafia è uno dei registi della terribile faida di camorra che ha insanguinato le strade di Ercolano e Torre del Greco fino al 2010. Fino a quando la Dda ha raso al suolo i fortini della criminalità organizzata, decapitando gli Ascione-Papale e i Birra-Iacomino, le due cosche in guerra per il controllo del territorio. Arrestato l’ultima volta nel 2010, Dantese è stato trasferito quasi subito al regime del 41-bis. Una misura prorogata, il 26 giugno del 2018, dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Nei mesi scorsi il boss – già condannato per omicidio, associazione mafiosa e traffico di droga – ha però presentato ricorso in Cassazione per chiedere  la sospensione di quel provvedimento  e dunque la revoca del carcere duro. Un ricorso motivato dalla difesa – secondo quanto si legge nelle motivazioni della sentenza depositate qualche giorno fa – dal fatto che in realtà Dantese non sarebbe una figura apicale del clan, come sottolineato – dice sempre la difesa – «da numerose dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che avevano ridimensionato la sua posizione» in seno all’organizzazione criminale. Il tutto coniugato al fatto che nell’ultimo periodo lo stesso Dantese ha iniziato a «riprendere il percorso di studi» manifestando «disponibilità ad una rivisitazione critica del proprio percorso di vita». Ma per i giudici le cose non stanno così. La Cassazione, infatti, sottolinea alcuni elementi chiave per contrastare la linea difensiva. A cominciare dal fatto che il clan è tutt’ora attivo sul territorio e che lo stesso Dantese ha conservato «la sua capacità di avere e mantenere collegamenti con l’associazione criminale di appartenenza». Anche sul ruolo apicale rivestito dal boss i giudici ribadiscono che «negli anni 2009-2010 e sino al suo arresto, Dantese aveva svolto il ruolo di reggente della cosca; aveva procedimenti pendenti per gravi e recenti reati, compreso l’omicidio; anche la moglie, Madonna Antonella, collaboratrice di giustizia, aveva reso dichiarazioni accusatorie a suo carico che lo additavano quale elemento particolarmente attivo nella sanguinosa guerra contro il clan rivale Birra-Iacomino». Elementi sufficienti per spingere i giudici della Corte di Cassazione a dichiarare inammissibile il ricorso presentato dal capoclan. Lo stesso Dantese è stato anche condannato – in Appello lo scorso anno – per l’omicidio di Salvatore Barbaro, il giovane cantante vittima innocente della camorra massacrato per errore da un commando armato del clan Ascione nel 2009. Il vero obiettivo dei sicari era un affiliato dei Birra-Iacomino che aveva la stessa auto di Barbaro. A ordinare quel delitto, secondo i giudici, fu proprio il boss oggi sepolto vivo al 41-bis.

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