Ciro Formisano

Torre del Greco, appalti gestiti per i clan: ora Vaccaro rischia 11 anni

Ciro Formisano,  

Torre del Greco, appalti gestiti per i clan: ora Vaccaro rischia 11 anni

Torre del Greco. Rischia 11 anni di carcere Ciro Vaccaro, l’insospettabile imprenditore di Torre del Greco accusato di aver fatto da mediatore per la camorra nella raccolta delle estorsioni. Il pubblico ministero dell’Antimafia, nella sua requisitoria, ha chiesto ai giudici di condannare il quarantacinquenne di terzo vicolo Costantinopoli, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa ed estorsione aggravata dal metodo mafioso.

L’accusa

Nell’ultima udienza del processo che si celebra davanti ai giudici del tribunale di Torre Annunziata, il pm ha ripercorso tutte le tappe dell’inchiesta che ha gettato ombre inquietanti sulla gestione degli appalti a Palazzo Baronale. Dal ruolo che Vaccaro avrebbe assunto nella raccolta delle tangenti per conto della camorra, ai legami con i boss dei clan Falanga, Papale e Di Gioia. Per finire con la presunta capacità dell’imputato di pilotare le gare d’appalto in favore di ditte amiche pronte a piegarsi alle richieste dei clan. Per l’accusa Vaccaro avrebbe «finanziato» la camorra, come ha sottolineato il pm in aula. Una tesi fondata, in particolare, sui racconti dei collaboratori di giustizia sentiti nell’ambito delle indagini e anche sulle dichiarazioni controverse di alcuni imprenditori che per l’Antimafia avrebbero pagato la tassa al clan attraverso Vaccaro. Imprenditori che per «omertà» avrebbero però deciso di non denunciare quanto accaduto. Nel mirino, in particolare, il settore della raccolta rifiuti e quello dei lavori di riqualificazione.

La difesa

Al termine della requisitoria la parola è passata alla difesa. Nella sua arringa il legale di Vaccaro, difeso dall’avvocato Antonio de Martino, ha contrastato punto su punto la tesi dell’accusa. Secondo la difesa, dal contro esame dei sei pentiti ascoltati in aula, sarebbero emerse diverse contraddizioni sul reale ruolo di Vaccaro. Elementi che per l’avvocato avrebbero gettato ombre sulla credibilità dei pentiti. E ancora, per i legali, non ci sarebbero riscontri oggettivi alle accuse mosse dai collaboratori, le intercettazioni sarebbero riferibili ad altri soggetti non identificati nell’imputato. E ancora, il personaggio identificato come “Ciruzzo” nelle conversazioni non sarebbe, in realtà, lo stesso Vaccaro. Una tesi che ha spinto la difesa a chiedere l’assoluzione con formula piena e senza subordinate per tutti i capi d’imputazione contestati dall’accusa. Nei prossimi giorni l’ultima udienza con le repliche del pubblico ministero e la sentenza di primo grado.

Il processo parallelo

Per le stesse vicende sono già stati processati boss, affiliati e collaboratori di giustizia legati a doppio filo alle tre consorterie criminali. Secondo la Dda le cosche, grazie all’appoggio di diversi fiancheggiatori, sarebbero addirittura riuscite a pilotare le assunzioni all’interno delle ditte che lavoravano per conto del Comune. Una pioggia di soldi pubblici che – attraverso questo sistema – sarebbe finita per anni nelle casse della camorra.

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