Castellammare. Racket e usura, i boss del clan D’Alessandro finiscono a processo

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Castellammare. Racket e usura, i boss del clan D’Alessandro finiscono a processo

Castellammare. Si spacca in due tronconi il maxi-processo innescato dall’inchiesta “Tsunami”, la mega-indagine sugli affari della camorra di Castellammare di Stabia. Dei 30 indagati per i quali l’Antimafia ha chiesto il rinvio a giudizio in sei hanno già scelto di essere giudicati con rito abbreviato. Tra questi spiccano i nomi degli eredi della dinastia criminale fondata dai boss Luigi e Michele D’Alessandro. Da Teresa Martone, la moglie del padrino Michele, ritenuta la cassiera dell’organizzazione, passando per Pasquale e Michele D’Alessandro. E ancora Antonio Lucchese e i due pentiti: Salvatore Belviso e Renato Cavaliere. Gli altri, invece, hanno tutti scelto la strada del rito ordinario per dimostrare la propria innocenza. Per loro sarà il giudice per le udienze preliminari a decidere se disporre o meno il rinvio a giudizio.In quell’enorme fascicolo messo insieme dalla Dda c’è un pezzo di storia della camorra stabiese. Le accuse contestate, a vario titolo, vanno dall’appartenenza al clan al traffico di droga, poi ancora estorsioni, minacce e usura. Reati aggravati dal metodo e dalle finalità mafiose.In tutto sono sedici i capi d’imputazione contestati. Episodi che fanno riferimento all’arco temporale che va dal 2006 al 2009. Sotto la lente d’ingrandimento del pubblico ministero Giuseppe Cimmarotta, l’affare racket, la vera fonte di sostentamento della cosca.In quegli anni tutti, secondo gli inquirenti, pagavano la tangente alla camorra. Dalle ditte che lavoravano per il Comune passando per le imprese edili impegnate in lavori privati di ristrutturazione. I D’Alessandro sarebbero arrivati a imporre una tassa fissa del 5% su ogni appalto, arrivando a chiedere e ottenere soldi anche sull’acquisto di grossi immobili in città.Un sistema di cui sarebbero stati artefici – sostengono gli inquirenti – anche altri personaggi di primo piano come Vincenzo D’Alessandro, libero da qualche anno e che all’epoca era ritenuto, dagli inquirenti, il vero reggente della cosca rimasta orfana dei boss finiti dietro le sbarre.  Coinvolto nell’inchiesta anche Paolo Carolei, l’uomo accusato, tra l’altro, di essere l’anello di congiunzione tra la camorra e gli imprenditori che avrebbero finanziato il clan di Scanzano.Il primo filone processuale – per chi ha scelto il rito abbreviato – si aprirà a dicembre. Mentre entro fine novembre si chiuderanno le discussioni difensive per i 24 imputati per i quali è stato chiesto il rinvio a giudizio.