La babele delle norme anti-Covid a scuola, la follia delle chat dei genitori, i presidi messi in mezzo e gli studenti che rischiano di essere ostaggio di una guerra che non avrà né vinti, né vincitori. A decidere cosa accade in presenza di un contagio o di un caso sospetto è un documento che il Ministero della Sanità ha inviato alle scuole. Anzitutto il documento differenzia due aspetti: da un lato se il soggetto presenti sintomi sia un alunno o un operatore scolastico (prof, personale Ata). Poi se ciò avvenga in ambito domiciliare o nell’istituto. “In presenza di sintomatologia sospetta il pediatra di libera scelta o il medico di medicina generale richiede il test diagnostico e lo comunica al dipartimento di prevenzione” si legge nell’atto. Il Dipartimento di prevenzione, a quel punto, provvede all’esecuzione del test e “si attiva per l’approfondimento dell’indagine epidemiologica”. Cosa succede dunque se il test risulta positivo? Il Dipartimento avvia la ricerca dei contatti e prevede le sanificazioni della struttura scolastica. Per il rientro a scuola bisogna attendere la guarigione secondo i criteri vigenti. Quindi un tampone negativo, secondo le nuove norme, e dieci giorni di quarantena. Se il test è negativo, invece, il medico valuta il percorso clinico più adeguato. In queste settimane, però, si discute soprattutto dei casi di alunni o operatori scolastici conviventi di un caso accertato di Covid. In questo caso è sempre il Dipartimento di prevenzione che valuta se si tratti di contatto stretto e deve andare in quarantena. Eventuali suoi contatti stretti (ad esempio compagni di classe dell’alunno in quarantena) non necessitano di isolamento a meno che il Dipartimento non prevede diversamente. Ad ogni modo per rientrare in classe servirà “un’attestazione di nulla osta all’ingresso o al rientro in comunità”. Le norme parlano chiaro anche per la situazione che riguarda i cosiddetti alunni fragili. “La possibilità di una sorveglianza attiva di questi alunni deve essere concertata tra il referente scolastico e l’Asl in accordo con i medici di base o i pediatri”. Un’attenzione speciale, dunque, per coloro che non possono indossare la mascherina o che hanno una fragilità che li pone a rischio maggiore. Per questo motivo deve essere predisposto un accesso distanziato nei tempi e nei luoghi, una posizione in classe che consenta una migliore sorveglianza del docente, l’allontanamento precauzionale in caso di sospetto Covid e uno screening più urgente in caso di sospetto Covid-19. Come si evince, dunque, si tratta di una direttiva che, sin dall’inizio, ha puntato a tutelare la necessità primaria dello svolgimento delle lezioni scolastiche in presenza. Motivo per il quale, anche in caso di positività, al di là di un periodo di isolamento e di quarantena, l’obiettivo è quello di tenere le scuole aperte e far tornare gli alunni in classe. Una necessità che, in questi giorni, si sta scontrando però con la paura di genitori che vorrebbero la chiusura totale della scuola in presenza di casi accertati.