Il calvario della Gimal di Striano: dopo i sequestri, 75 famiglie sul lastrico

Andrea Ripa,  

Il calvario della Gimal di Striano: dopo i sequestri, 75 famiglie sul lastrico

Il grosso cancello grigio dello stabilimento di via Sarno è chiuso da due settimane. L’ultima volta a uscire dalla fabbrica della Gimal, alla periferia di Striano, erano stati i carabinieri del nucleo operativo ecologico, impegnati in una serie di accertamenti nell’ambito di un’indagine per gli sversamenti nel fiume Sarno delle attività produttive del territorio. Da quel giorno, era il 16 ottobre scorso, l’azienda è stata chiusa. Posta sotto sequestro su ordine del gip di Torre Annunziata, dottoressa Valeria Campanile, che ha chiuso l’intero stabilimento. Seppur le anomalie registrate circa lo scarico di liquidi fossero state riscontrate soltanto nell’area dello stazionamento dei tir, la magistratura ha disposto lo stop di tutto il comparto lavorativo: dalla produzione, agli amministrativi. Uffici vuoti, capannoni che non fanno più rumore: una desolazione totale che coinvolge una delle realtà più storiche e rinomate della produzione di prodotti termoplastici in questo angolo di provincia. Un’eccellenza, fornitrice per numerose aziende di elettrodomestici, che rischia di implodere, bloccata nell’immobilismo di un provvedimento che ora potrebbe «condannare a morte» 75 famiglie. Dipendenti che non sanno quando – e se – torneranno a lavoro, ritardi nelle commesse che rischiano di avere effetti devastanti sui bilanci. E le aziende, che usufruiscono proprio del lavoro della Gimal, che ora potrebbero rivolgersi ad altri impianti produttivi. C’è tutto questo dietro il sequestro di un’intera azienda, un provvedimento di due settimane fa. «Eppure la zona interessata dai controlli è appena il 10% dell’intero stabilimento, questo provvedimento potrebbe causare la nostra fine», spiegano oggi i lavoratori della Gimal. Da giorni manifestano all’esterno dell’azienda, aspettando che «dall’alto» arrivino le buone notizie tanto attese. «Ci sono gli avvocati di mezzo, sono in procura ogni giorno per chiedere lo sblocco degli uffici e dei capannoni produttivi», racconta Pasquale Gaito che è anche rappresentante sindacale dei lavoratori. Un dramma nel dramma che si incastona nella piena emergenza sanitaria, ma dove non arriva il Covid arriva un provvedimento della procura di Torre Annunziata che potrebbe presto indurre l’azienda ad «alzare bandiera bianca» e mandare a casa i dipendenti. «Noi non vogliamo che le inchieste si fermino, chiediamo soltanto di poter tornare a lavorare. Le forze dell’ordine e la magistratura devono fare il proprio lavoro, ma si apra di nuovo l’azienda perché l’area produttiva non ha nulla a che fare con la zona dove sono stati effettuati i sequestri. Il giudice può nominare un commissario per farci tornare in azienda, l’unica cosa che vogliamo è tornare a lavoro. Rispettare gli impegni e portare a casa lo stipendio per le nostre famiglie. – dicono ancora i lavoratori, oggi disperati per un futuro sempre più nero – Siamo 75 dipendenti, non vogliamo perdere il nostro lavoro». Lo stabilimento Gimal sta riprendendo la propria forza, dopo un trascorso fatto di fallimenti e cause in tribunale della vecchia azienda. «Siamo già reduci da una storia poco felice, piano piano ci stiamo riprendendo. Sarebbe un delitto chiudere un’azienda che fattura nove milioni di euro l’anno in questo periodo di crisi assoluta», concludono.

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