Conte e De Luca, la guerra politica che ci paralizza

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Conte e De Luca, la guerra politica che ci paralizza

“Uno dei due mente: il fatto è che lo fa sulla pelle dei cittadini campani”. Il politico di maggioranza in Regione è esperto e conosce bene i meccanismi con cui, nei momenti di tensione come questo, si muove la politica. I due a cui fa riferimento sono il premier Conte e il Governatore De Luca. Il primo, a sorpresa, due giorni fa ha declassato la Campania in area gialla ritenendola non particolarmente esposta al rischio coronavirus. Il secondo, dopo averlo attaccato pubblicamente negli ultimi quindici giorni, ha abbozzato e si prepara al colpo a sorpresa, forse, nei prossimi giorni. Ma cosa sta accadendo veramente nel confronto tra Stato e Regione? Perché i rapporti tra Conte e De Luca si sono deteriorati a tal punto che i due si parlano solo attraverso documenti ufficiali? Il primo nodo è sicuramente il lockdown. De Luca da almeno tre settimane chiede al Governo nazionale di imporre misure drastiche di chiusura. “La Regione può decidere misure restrittive” rispondono dall’esecutivo. Che in questi mesi ha sempre sostenuto che non si sarebbe mai verificato un lockdown totale. De Luca, che nella prima ondata, si vanta di aver messo a bilancio un miliardo e 17 milioni di euro per sostenere economicamente le chiusure delle attività commerciali, sa di non avere più quella forza economica. E così, anche con plateali e sguaiate dirette social, ha cercato di lanciare allarmi per costringere il Governo a intervenire. Conseguenza immediata: l’erogazione a carico dello Stato di aiuti a quelle famiglie per le quali una seconda chiusura significherebbe la morte economica e civile. La preoccupazione del presidente della Regione è che la Campania viva un altro incubo senza alcun sostegno da parte dello Stato. E con migliaia di persone sul lastrico e senza un euro. Conte rimprovera a De Luca di aver fatto il capopopolo: dopo quella diretta in cui lanciava un allarme, Napoli è stata messa a ferro e fuoco. E subito dopo in altre città è scattata la rivolta. Secondo il Presidente del Consiglio,  infatti, Napoli è stata l’apripista di una tensione sociale che ha avuto solo uno scopo elettorale. E questa cosa Conte se l’è legata al dito. Ma può bastare questo a far fare un passo indietro al Governo che, in sostanza, mette sullo stesso piano la sanità campana e quella veneta? Sicuramente no. La spiegazione ufficiale ieri pomeriggio l’hanno data i vertici dell’Istituto superiore della Sanità: “L’indice di trasmissibilità Rt “in Campania è più basso rispetto a quello della Lombardia o della Calabria. Ciò significa che la trasmissione molto aumentata nelle scorse settimane si è stabilizzata anche se il numero dei casi è alto” le parole del direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, per illustrare gli indicatori che hanno portato all’ordinanza di ieri sulle Regioni divise in tre colori in base alla scala di rischio. E qui si apre un altro scenario: il Governo ha deciso su numeri e report che sono fermi ad almeno dieci giorni fa. E quelli inoltrati dalla Campania fanno propendere verso scenari di moderata tranquillità. Una mossa che mette De Luca nell’angolo. Non può contestare ferocemente la decisione perché significherebbe ammettere che la sanità campana ha fallito, che la sua narrazione è stata solo finalizzata ad un risultato elettorale: quel 70% con cui ha capitalizzato i lanciafiamme, l’onnipresenza social, la derisione di altri modelli sanitari. Così, in questa fase, il Governatore abbozza e sceglie una strategia di attesa. Da un lato incassa la valutazione del Governo nei confronti da un lato di una buona risposta sanitaria e dall’altro dell’efficacia delle ordinanze regionali. Ma De Luca sa bene che la verità è un’altra. Sa che la sanità campana è in bilico, che nell’area metropolitana di Napoli, se non si interviene subito, come lui stesso ha detto “si conteranno le bare”. Ed allora aspetta fino a quando poi, sulla base dei numeri che lui stesso invierà al Roma, decreterà l’inasprimento delle misure restrittive. A quel punto se il ruolo dell’ero e del salvatore della patria è ancora libero, il mantello lo vuole sulle spalle.

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