Covid, 15 giorni d’inferno della famiglia Positano. La figlia Emilia: «Ho perso mamma e papà»

Redazione,  

Covid, 15 giorni d’inferno della famiglia Positano. La figlia Emilia: «Ho perso mamma e papà»

Uno degli storici commercianti d’abbigliamento di Napoli, il settantanovenne Vittorio Positano, ha lavorato fino all’ultimo giorno, fino a quando una febbre sospetta lo ha costretto a letto. L’odissea dell’esercente di piazza Garibaldi, è raccontata dalla figlia Emilia, 48 anni, che ancora oggi chiede «giustizia e verità per il trattamento ricevuto da mio padre ma anche da mia madre, deceduti a distanza di 15 giorni l’uno dall’altro dopo mancanze avvenute in corsia. Trattati come bestie, senza cibo né acqua». Per Emilia e i tre fratelli Raffaele, Mario e Antonio ci sarebbero stati una serie di errori e orrori dietro la morte dei genitori 79enni, Vittorio Positano e Assunta Guida. Tutto inizia durante la prima fase dell’emergenza sanitaria, ovvero a marzo, quando il giorno 21 è stato necessario il ricovero dell’anziano commerciante. La febbre sale e Vittorio Positano comincia a respirare con fatica, quindi inizia la disperata richiesta di aiuto di Emilia, per trasportare il genitore presso un ospedale. Una cosa che dovrebbe essere semplice ma non lo è stato affatto. «Dopo ore e ore, contattando il numero di emergenza attivato dalla Regione Campania e il 118, finalmente è arrivata un’ambulanza e hanno prelevato mio padre, ma anche mio fratello Antonio che aveva cominciato ad accusare strani sintomi. La sorpresa – spiega la donna – è stata quando siamo arrivati al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli dove, da un mese, era ricoverata la mia mamma a cui invece era stata diagnosticata una rara malattia: Miastenia Gravis. Una diagnosi avvenuta in ritardo, tanti sbagli che hanno trasformato mia mamma in uno scheletro, non più lucida, piena di piaghe da decubito e destinata alla morte. Giunti all’ingresso del Cardarelli abbiamo trovato un muro, fatto di infermieri e dottori che ci hanno negato l’accesso. Li ho supplicati in ginocchio, ho pianto ma nulla. Così siamo stati dirottati presso l’ospedale del Mare, dove mio padre è stato ricoverato. Ne è uscito in una bara, dopo essere stato rinchiuso per cinque giorni nell’obitorio, in una busta di plastica e con solo addosso una canotta verde. L’orrore – continua Emiliana Positano – è aver scoperto che i medici, pur sapendo dello stato grave di salute di mio padre, gli hanno fatto firmare il diniego alle cure in terapia intensiva. Gli hanno chiesto, in effetti, se voleva essere intubato. Non credo che lui avesse capito a cosa stava rinunciando, la sua firma è tremolante e quel pezzo di carta non ha intestazione, ma è valsa la sua condanna a morte». Ma c’è di più, perché ad alimentare gravi sospetti è stata la situazione clinica di mamma Assunta che, anche lei entrata in sala Rianimazione, nessuno le ha chiesto di firmare il consenso. Due pesi e due misure utilizzati dai camici bianchi degli ospedali partenopei che, purtroppo, hanno portato a un finale tragico. «Al mio papà il tampone è stato fatto post-morte e solo verbalmente ci è stata confermata la sua positività al Covid, ma nella cartella clinica nulla è riportato. Una cartella clinica che la dice lunga, ingarbugliata e senza senso. Inoltre mio padre aveva già problemi ai bronchi, una patologia che non è stata presa in considerazione quando è stato ricoverato, sottoposto a una semplice radiografia toracica per poi avere la sentenza del contagio – replica duro Emilia, affiancata dal fratello Raffaele – Il mio papà è morto il 28 marzo e la mia mamma a 15 giorni di distanza. Ma se per mia mamma la cartella clinica ci è stata consegnata velocemente, per mio padre abbiamo lottato tre mesi e mezzo e a oggi è incompleta e non chiara. Noi chiediamo ancora verità e giustizia per quello che a tutti gli effetti è un caso di malasanità, se ne rendesse conto il governatore De Luca che, diversamente, è convinto che il nostro sistema sanitario è impeccabile».

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