Il virus della miseria: famiglie in fila per mangiare alla mensa dei poveri di Pompei

Salvatore Piro,  

Il virus della miseria: famiglie in fila per mangiare alla mensa dei poveri di Pompei

“Prima che scoppiasse il coronavirus, mangiavamo come tutte le altre persone. Sedute a tavola, scambiando una parola tra un piatto e l’altro, per tenerci compagnia. Era uno dei pochi attimi felici. Anche per noi, che siamo i poveri: i poveri che il Covid-19, oggi, costringe pure a mangiare dove capita”. Sono le 13 in punto, la fila è già composta. E’ lunga, ordinata, ma più “spenta”. Pare quasi rassegnata. E’ la fila degli ultimi. I poveri che per un pasto caldo, ogni giorno, “rubano” un posto nel treno della Circumvesuviana, poi scendono alla stazione di Pompei. Qui infatti c’è una mensa grande e funzionale. E’ in piazza Bartolo Longo, vicino al Comune, di fronte al Santuario simbolo della città. E’ la mensa per i poveri sulla cui sede sventolano due bandiere. La prima è della Santa Sede. La seconda è del Sovrano Ordine di Malta. Le due bandiere campeggiano sulla Casa del Pellegrino: un palazzone antico del 1930, ristrutturato 70 anni dopo e che, dal 2014, diretto dalla dottoressa Maria del Rosario Steardo, offre più di 100 pasti al giorno ai poveri dell’intero hinterland vesuviano. Arrivano a Pompei ogni giorno. Lo fanno da Torre Annunziata, da Scafati. E ancora da Poggiomarino e Boscotrecase. I poveri del Vesuviano continuano a farlo. Anche in piena pandemia. Perché la carità – come ricordato in occasione della Supplica dall’arcivescovo di Pompei, Tommaso Caputo – “qui non si è mai stoppata”. Ma il coronavirus, il rischio del contagio, ha imposto nuove regole. Stringenti anche per loro, gli ultimi e invisibili. I soli. Perché il virus non fa differenza, anzi. Se possibile, colpisce soprattutto i più deboli. “Prima della pandemia” racconta Antonio, di Torre Annunziata, in fila come gli altri ma accompagnato da sua moglie “consumavamo i pasti, primo e secondo, a volte anche un dolce, al piano terra della mensa. Qui ci sono i tavoloni, più di 100 sedie, ma ora è tutto chiuso. Facciamo la fila, prendiamo la busta con il pranzo e andiamo via. Io, per fortuna, ho una casa, mangio comunque seduto a tavola. Gli altri si arrangiano invece come possono: chi mangia sdraiato a terra nei giardini, chi mangia alla stazione”. E’ infatti la stazione della Circum a offrire, ora, il luogo più sicuro. “Sono Antonio, ho 55 anni, e sono povero. Vengo da Scafati, io non ho nessuno. Per fortuna, qui a Pompei, c’è la mensa” racconta il secondo invisibile della fila mentre attende di poter stringere tra le mani un piatto caldo. “Dove mangio e dormo, ora, con il coronavirus? In stazione. Sto attento a piazzarmi sotto alle telecamere di sorveglianza: ti inquadrano sempre. Se dovessero aggredirmi, qualcuno, prima o poi, riuscirà a vedermi”.

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