Il cappellano del San Leonardo: “L’estrema unzione sulle bare dirette in obitorio”

Elena Pontoriero,  

Il cappellano del San Leonardo: “L’estrema unzione sulle bare dirette in obitorio”

Castellammare. La tonaca è coperta da uno scafandro, le mani protette dai guanti e il volto celato da mascherina e visiera attraverso le quali si intravedono gli occhi di don Salvatore Coppola, il cappellano dell’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia. Dall’altare che dista pochi metri dal reparto Covid del nosocomio stabiese, il parroco prega per i tanti pazienti che stanno lottando contro quel nemico invisibile, ma anche per gli “eroi” in corsia. Mani giunte che si aprono per una carezza, purtroppo a distanza, per i familiari delle vittime che sono andate via sole. «Come si fa a descrivere un dolore così grande. E’ tempo di silenzio, credo sia questa l’unica cosa giusta da fare». Così don Salvatore Coppola riassume i giorni disperati vissuti soprattutto durante la seconda ondata del virus, che ha messo in ginocchio l’intero sistema sanitario della Campania, mandando in crash i presidi ospedalieri, compreso il nosocomio di Castellammare di Stabia, dove le bare, tante, si sono affollate nell’obito- rio. Morti e non solo di Covid. Ma l’ultimo istante di vita è eguale per tutti i ricoverati gravi, deceduti senza nessun abbraccio da parte dei familiari. «L’estrema unzione viene data attraverso la bara sigillata, prima che sia trasferita in obitorio. Più che una estrema unzione è una benedizione, di più purtroppo non si può fare. La soluzione è critica, inutile negarlo – si schiarisce la voce il prete, poi continua – La mia presenza in ospedale è per un sostegno spirituale e di solidarietà. A nessuno è permesso entrare in ospedale per raggiungere il familiare ricoverato e in molti decidono di riparasi nella cappella, sperando di ricevere notizie confortanti. Nel frattempo io sono lì, ad ascoltare tutti e affidare al Signore le loro preghiere e i loro cari. La forza della fede deve essere da sprono in questo momento buio». E di momenti bui, sconfortanti ce ne sono tanti e non soltanto per chi si ritrova ad attendere l’uscita di un familiare in una bara, ma anche per i medici e gli infermieri che sono in prima linea a cercare di salvare quante più vite possibili. «Accolgo anche le confessioni dei dottori e degli infermieri. Anche loro hanno bisogno di una parola di conforto. Sono loro le ultime persone a cui gli ammalati tendono la mano o confidano l’ultimo pensiero prima di morire. Un carico di emozioni troppo grande, che può essere alleggerito e superato soltanto attraverso la preghiera». Il Rosario è tra le mani di quelle persone che varcano l’ingresso della cappella dell’ospedale, un avamposto di speranza e solidarietà, lì dove don Salvatore Coppola porta avanti la sua missione fatta di fede e disperazione.

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