Torre Annunziata, vecchie foto e vangeli nell’ospizio-lazzaretto

Giovanna Salvati,  

Torre Annunziata, vecchie foto e vangeli nell’ospizio-lazzaretto
L'ospizio delle tragedie

Torre Annuziata. La porta di ingresso della casa di cura è chiusa. Il piccolo portone di legno laccato non si apre da venerdì sera, quando l’ultima anziana – trasportata in barella fino al bus bianco – ha lasciato l’appartamento mentre una lacrima le solcava il viso. All’interno di quell’abitaizone, lei – come le altre ospiti – hanno trascorso in media almeno dai cinque ai dieci anni.

La «casa felice» trasformata in un lazzaretto, rappresentava  una bomba ad orologeria non solo per il focolaio che ha visto tutte le dieci ospiti contagiate dal Covid – quattro di queste morte in pochi giorni – ma anche per l’indifferenza di chi le ha lasciate lì da sole, senza cibo e assistenza. La procura ne ha ordinato la chiusura immediata dopo il trasferimento in altre strutture, i carabinieri hanno apposto i sigilli e legato i manici delle porte con corde.

Ieri mattina quella porta si è aperta e l’odore di sofferenza era ancora lì. Sulle poltrone di velluto tappezzate di fiori cumuli di abiti: camice da notte delle anziane, quelle lasciate dagli operatori che hanno infilato nelle buste della spesa solo il necessario. Ci sono pile di asciugamani, erano da poco state lavate ma l’odore di bucato ormai è svanito. Tutto perfettamente in ordine, perché i volontari, nonostante la casa fosse stata svuotata, non hanno voluto lasciarla nelle condizioni in cui l’avevano trovata. «Hanno persino portato via l’immondizia» dentro medicazioni, guanti, mascherine.

Un netturbino li ha raccolti e portati in discarica come rifiuti speciali per uno smaltimento che, per i malati covid, segue un iter diverso. Anche lo spauracchio di stoffa che penzola sulla porta è rimasto a dondolare. Piaceva tanto a nonna Luisa, l’ultima delle anziane, la 91enne morta mercoledì sera. Restava le ore a fissare quel coniglietto così buffo per le lunghe orecchie. Nelle camere da letto dove alloggiavano le anziane invece la presenza si avverte ancora: il vangelo sul comodino, con un rosario intorno alla lampada, su un altro invece la foto di famiglia. L’ultima immagine, il ricordo di una famiglia unita, dei sorrisi spensierati e della felicità spazzata via dalla decisione di lasciare l’anziana in casa di cura.

Da quel giorno per una delle ospiti l’unico  contatto con la realtà era nel ricordo di una felicità perduta. Tutte le anziane si aggrappavano ai ricordi e nei cassetti restano immagini, libri, persino qualche gioco: per i pochi nipotini che ogni tanto andavano a trovarle. Storie di abbandono ma anche di passioni: in uno dei cassetti c’è un vecchio libro di ricamo e diversi centrini. Sono fatti a mano, un gomitolo e del cotone, un passatempo archiviato quando la demenza senile e l’artrosi avevano preso il sopravvento. Due lettini non sono stati rifatti, e in ogni angolo di quelle stanze c’è un pezzo di loro.

La tristezza di chi in pochi metri quadri provava a sopravvivere giorno dopo giorno, mentre fuori da quella porta la quotidianità continuava frenetica più che mai. La chiamavano la «casa felice» prima dell’inferno, prima dello tsunami dei contagi, prima che ognuna di quelle donne finisse legata ad una bombola di ossigeno per provare a scampare alla morte. Quando le luci si spengono si intravede nel buio solo un rosario forforescente: è tra le mani dell’effige della Madonna. La fede e la speranza che la mattanza si fermi.

@riproduzione riservata

CRONACA