Quei 90” maledetti che cambiarono il nostro destino

Raffaele Schettino,  

Quei 90” maledetti che cambiarono il nostro destino
Foto Paolo Terlizzi

Dopo quei 90 secondi che fecero tremare la terra nulla fu più come prima. I sorrisi, i sogni, la legalità, tutto fu spazzato via, tutto fu sepolto sotto le macerie che ancora oggi sono sfregi sul volto delle nostre città. Chi c’era ricorda esattamente dov’era e cosa faceva alle 19 e 35 del 23 novembre del 1980. Succede sempre così con le date che cambiano la storia: come il 20 luglio ‘69 o l’11 settembre 2001. Quella sera io ero in auto a disegnare graffiti sul finestrino appannato, mia sorella mi sedeva accanto, i miei genitori davanti.

Era una domenica speciale perché anche quell’anno il cral dell’azienda dove mio padre lavorava era stato trasformato in un piccolo paese dei balocchi e una volta dentro avremmo potuto scegliere il regalo da farci consegnare sotto l’Albero oppure dalla Befana. Avevamo appena imboccato il viale della Ferriera, i palazzi iniziarono ad oscillare e un attimo dopo vomitarono un fiume di persone in strada. Ricordo nitidamente le urla, la disperazione, il buio all’improvviso e i fari della nostra auto che illuminavano decine di ombre che scappavano in ogni direzione.

Restammo fermi al centro della strada, molti saltavano sul cofano, qualcuno cadde di lato. Una donna piombò a terra sotto i miei occhi. Avevo meno di sei anni ma immagini e sensazioni mi son rimaste scolpite nella memoria. Le torce lungo le scale, per esempio, il freddo pungente delle notti trascorse in auto nella spianata di terra dove oggi c’è il liceo frequentato dalle mie figlie. Ricordo il volto preoccupato dei miei, quello angosciato di altre persone che cercavano di avere notizie dei familiari. Non c’erano smartphone né social allora, e per ore le comunicazioni furono impossibili.

Per molti anni non mi resi conto dei contorni immensi della tragedia, iniziai a comprenderli solo quando iniziai a leggere e studiare. Crescendo ho scoperto che qualcuno riuscì persino a registrare la voce terrificante del terremoto, ed è un audio che vive in rete assieme a tante altre testimonianze di quella maledetta sera. Si sente l’organetto che suona come in una felice sagra di paese e poi quel rumore sordo e prolungato che sale dalle viscere della terra, agghiacciante e pauroso, come i passi di un un gigante che avanza travolgendo tutto.

Crescendo ho compreso che mentre io e mia sorella tentavamo di prendere sonno sul sedile posteriore dell’auto in quella spianata piena zeppa di famiglie accampate, qualche chilometro più lontano c’erano uomini, donne e bambini chi rantolavano sotto le macerie. Che per migliaia di persone la vita si spegneva nella speranza dei soccorsi che non arrivarono mai. Il presidente Sandro Pertini non tentò nemmeno di nascondere tutta l’inadeguatezza dello Stato e di ritorno dall’inferno urlò la sua rabbia sbattendo i pugni: «Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci». E intanto «dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi».

Quella sera pensavo che il sisma avesse colpito solo la mia città: sentivo parlare delle crepe in casa, dei palazzi svuotati e puntellati coi cristi, ai quali solo molto tempo dopo ho dato un significato più pratico e meno celestiale. Poi ho scoperto che la mia città, sebbene fosse stata messa in ginocchio, in fondo era stata colpita soltanto di striscio, che il terremoto aveva scosso soprattutto l’Irpinia e forse di riflesso iniziai a guardare con simpatia l’Avellino di Juary. E dopo di Dirceu, Schachner e Diaz.

Studiai che 34 minuti e 52 secondi dopo le 19 di quella sera, mentre io pensavo ai regali dell’Epifania disegnando sul finestrino, la natura aveva sprigionato una forza micidiale di magnitudo 6,9 (decimo grado della scala Mercalli) dieci chilometri sotto i paesini di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania. Una furia che aveva devastato un’area di 17mila chilometri quadrati tra la Campania e la Basilicata e demolito centinaia di Comuni.

Pian piano, mettevo insieme i pezzi di quella tragedia immane e mi sembrava un puzzle gigantesco di sofferenze e storie intrecciate. Iniziai a leggere anche dei processi, delle ruberie e degli scandali. Capii che mentre la morte strappava uomini, donne e bambini innocenti alla vita, c’era chi si fregava le mani mentre la polvere ancora rendeva l’aria irrespirabile. Qualcuno che immaginava già una montagna di soldi da gestire e annusava l’odore dei guadagni facili. Compresi che il terremoto aveva messo in ginocchio tutti tranne due categorie: i camorristi e i politici. Fu quella sera che i due mondi intrecciarono i loro destini fondendosi in un maledetto abbraccio che darà vita a vergognose speculazioni sulla pelle delle vittime, al perenne disagio sociale, agli irrimediabili scempi urbanistici e al gigantesco sperpero di soldi pubblici.

A casa mia, qualche mese dopo quei 90 interminabili secondi, la Befana arrivò lo stesso col pallone di cuoio infilato in un borsone di tela, ma per molti altri bambini quell’Epifania non ci fu, e non ce ne furono molte altre. Anzi, per una parte della mia generazione la vita finì quella sera di 40 anni fa. Mi è sempre rimasta impressa la tragedia di Balvano, un paesino della provincia di Potenza che poi ho visitato da adulto: 66 bambini e adolescenti morirono seppelliti sotto le macerie della chiesa di Santa Maria Assunta. Una tragedia nella tragedia.

In realtà non c’è mai stata una stima definitiva delle morti. Il bilancio ufficiale racconta di 2.914 vittime, oltre 280.000 sfollati, 8.848 feriti e almeno 80mila alloggi resi più o meno inagibili. «Quei nidi di vespe sfondati sono case, o meglio lo erano», ha scritto Moravia in un reportage dal titolo “Ho visto morire il sud”. Quel Sud non è mai risorto, come sostiene giustamente Gerardo Calabrese, meno illustre dello scrittore ovviamente ma considerato un eroe nel paesino di Lioni. Nel ‘77 fondò una radio libera ed oggi, a 87 anni suonati, gestisce ancora la tipografia che per anni ha dato alle stampe anche il nostro Metropolis.

Una volta mi ha raccontato di come la gente moriva sotto le macerie, di come i soccorritori improvvisati si dannavano l’anima senza poter fare molto, di come la politica ha divorato ogni cosa: passato, presente e futuro. Come tanti paesi dell’Irpinia e del napoletano, anche Lioni fu rasa al suolo: addio municipio, caserma dei vigili del fuoco, stazione dei carabinieri. «L’Italia non seppe subito del disastro, la realtà fu chiara solo quando l’alba illuminò l’apocalisse». Racconta. Quella notte le poche notizie che circolavano a singhiozzo venivano diffuse dai radioamatori collegati coi ponti di Faito, di Montevergine e del Vulture. Grazie a loro si seppe del crollo di via Stadera a Napoli, di quelli nel centro di Avellino e delle tragedie di Potenza. Le forze armate, la polizia e i carabinieri appuntavano notizie ascoltando la frequenza “due metri” che per 5 giorni e 5 notti continuò a trasmettere aggiornamenti. Continuavano a chiedere di requisire pale meccaniche e ruspe per liberare le strade dalle macerie ma dall’inferno rispondevano con rabbia: «Qui ci sono solo morti, e chi è vivo è ferito o è sconvolto».

Dall’estero arrivarono 130 milioni di dollari, lo Stato rovesciò nelle zone terremotate altri 50mila miliardi di lire a più riprese. Solo una parte finì nei rivoli giusti, un’altra si perse per strada o finì nelle tasche degli avvoltoi. I fondi pubblici finivano ad imprese che fallivano un attimo dopo, trasformarono stalle in ville, gonfiarono conti correnti eccellenti. Molti Comuni, pur non avendo registrato danni ingenti, finirono nella lista dei finanziamenti: altri appalti, altre ruberie. I costi della ricostruzione lievitarono di 30 volte secondo la Corte dei Conti e tanti big della Prima Repubblica finirono nei fascicoli d’indagine: 87 nomi in tutto, compresi De Mita e Gava.

Grazie a quei 90” maledetti la politica moltiplicò consensi e potere e la camorra costruì i suoi imperi. Gli sfollati, invece, attesero invano che gli venisse restituita la dignità. Molti son morti sperando di tornare a vivere.

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