Lo scempio del Sarno: 144 indagati per il disastro ambientale sul fiume più inquinato d’Europa

Andrea Ripa,  

Lo scempio del Sarno: 144 indagati per il disastro ambientale sul fiume più inquinato d’Europa
Il disastro del fiume Sarno

La mega indagine che ruota attorno al fiume Sarno è partita sei mesi fa. Subito dopo il lockdown. Non appena il corso più inquinato d’Europa, che aveva ricominciato a respirare durante il periodo di chiusura totale, è tornato a essere una cloaca a cielo aperto. Segnali inequivocabili per gli inquirenti: dietro lo scandalo dell’inquinamento lungo il Sarno che da trent’anni indigna ambientalisti e le oltre 500mila persone che sulle sponde del fiume ci vivono ci sono gli scarichi abusivi delle aziende del territorio. Oltre a loro, l’assenza di Stato e istituzioni che non hanno completato le reti fognarie – solo oggi qualcosa s’è sbloccato – e per anni hanno ignorato il disastro del fiume discarica. Fino agli ultimi mesi quando, dietro spinta del ministero per le politiche ambientali, le procure di competenza hanno avviato i controlli. Provando a togliere quel lenzuolo di misteri sulla realizzazione degli scarichi killer e sull’inutilizzo di milioni di fondi pubblici per le bonifiche che per tre decenni ha coperto la spregiudicatezza di decine di imprenditori e l’incapacità della classe politica. Sullo scempio del fiume Sarno i riflettori di tre procure – Torre Annunziata, Avellino e Nocera Inferiore – per un disastro ambientale che riguarda trentanove Comuni e tre diverse provincie della Campania. I pm che si occupano dei territori bagnati dal Sarno hanno così deciso di unire le forze per dar vita ad un’unica indagine capace di lambire tutti gli illeciti legati all’inquinamento del fiume. E così dopo la chiusura di diverse aziende e gli accertamenti eseguiti sulle false certificazioni degli scarichi, gli inquirenti hanno continuato a scavare per cercare la verità sul letto del corso d’acqua più inquinato d’Europa. Sono 144 le persone denunciate all’autorità giudiziaria per violazioni in materia ambientale, un esercito di eco-criminali, per lo più titolari di imprese, responsabili dell’emergenza che va avanti da anni. Ma non è l’unico dato che viene fuori dal report degli ultimi sei mesi di controllo affidati ai carabinieri del comando unità forestali, ambientali e agroalimentari impegnati nella lotta per la tutela del fiume. Nel mirino degli investigatori sono finite 264 attività produttive, in 36 aziende sono stati effettuati sequestri. In alcuni casi è stato disposto lo stop alle produzioni con i sigilli a interi stabilimenti. Opifici industriali insistenti nell’alto, medio e basso Sarno, responsabili di smaltimento illecito di rifiuti, scarichi non autorizzati di acque reflue industriali. Liquami che venivano immessi direttamente nel fiume, invece che essere sottoposti a interventi di trattamento. Spesso costosi per le aziende. Nel corso dei sei mesi di accertamenti sono stati scoperti e chiusi 41 scarichi abusivi, canali realizzati negli anni. Mentre le sanzioni elevate – 57 – hanno permesso di accertare violazioni per 225mila euro. Ma non c’è solo questo, perché oltre allo scempio creato dalle centinaia di attività produttive – aziende conserviere, opifici e imponenti concerie – c’è un disastro ben più grave finito sotto la lente di ingrandimento della magistratura. Milioni di fondi pubblici sono stati assegnati negli anni ai Comuni dei territori che s’affacciano sul Sarno con l’intento di adeguare, e in alcuni casi realizzare, sistemi fognari in grado di mitigare l’emergenza ambientale. I controlli dell’Arpac, che hanno accertato un’elevata presenza di escherichia coli lungo tutto il corso del fiume, sono la traccia inequivocabile che il disastro del Sarno sia anche il frutto dell’assenza di interventi strutturali: gli scarichi di reflui industriali effettuati illegalmente da aziende che approfittano delle avverse condizioni meteo, gli scarichi di acque meteoriche di dilavamento, provenienti dai piazzali esterni di attività industriali e lo scarico di reflui della rete fognaria di numerosi Comuni che ancora non dispongono di reti fognarie complete e non collettate ai depuratori sono le cause di inquinamento del fiume Sarno. Ecco perché nelle ultime settimane la maxi inchiesta s’è incentrata Le attività di controllo sono tuttora in corso e continueranno nei prossimi mesi, anche in attuazione delle ispezioni pianificate nell’ambito dell’Accordo di collaborazione operativo siglato il 16 ottobre 2019 dal Comando Carabinieri per la Tutela Ambientale con l’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale, un protocollo nato nel tentativo di giungere a una situazione di conformità a norma di tutti gli scarichi presenti nel bacino idrografico del Sarno. Un’inchiesta nata sei mesi fa, anche su impulso del ministero per le politiche ambientali. In più d’una circostanza l’ex generale dei carabinieri, oggi prestato alla politica, aveva chiesto un’azione incisiva per liberare il fiume dall’inquinamento. «Il Sarno è stato negli anni soggetto ad aggressioni criminali per quanto riguarda sversamenti di materiale inquinante. Per questo abbiamo incrementato i controlli in modo intensivo. Solo negli ultimi 6 mesi sono state controllate oltre 260 attività produttive e denunciate 144 persone, individuati 41 scarichi abusivi, 36 sequestri tra aziende e/o parti di esse e 57 sanzioni amministrative per un importo pari a circa 225 mila euro. Grazie a una intensa e complessa campagna di controlli, anche con l’ausilio di droni, abbiamo represso fenomeni di abbandono di rifiuti nonché di illeciti sversamenti da parte di imprese nelle aree del bacino del fiume Sarno. – ha spiegato il ministro per le politiche ambientali, Sergio Costa – Un lavoro intenso che vede coinvolte varie istituzioni e che insieme si impegnano per porre un freno alle cause dell’inquinamento del fiume Sarno.  I controlli non si fermano neanche un giorno. Il lavoro è ancora tanto ma vi prometto che quel territorio tornerà ad avere una dignità ambientale come non si vede da ormai troppo tempo».

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