L’infettivologo Coppola: “Contro il virus, resta il vaccino l’unica arma”

Elena Pontoriero,  

L’infettivologo Coppola: “Contro il virus, resta il vaccino l’unica arma”

«Il vaccino anti-Covid è l’unica vera arma che abbiamo per sconfiggere il virus». E’ questa la linea seguita dall’infettivologo Carmine Coppola, primario del reparto Epatologia dell’ospedale di Gragnano e attualmente responsabile del reparto sub-intensivo sistemato al secondo piano del nosocomio stabiese. Prime dosi disponibili anche in Italia a partire da gennaio 2021, ma forse tra i grandi interrogativi resta anche il dubbio sulla vaccinazione a tappeto.

I primi vaccini possono ritenersi sicuri?

«Neanche la più semplice aspirina, in termini medici, può considerarsi sicura. Certo è che per arrivare al vaccino si è proceduto a una ricerca collaborativa e lo stesso è stato sottoposto al vaglio degli enti di controllo. I rischi sono potenzialmente bassi».

Chi saranno i primi a essere vaccinati? Sarà obbligatorio per tutti?

«Non parlerei di un obbligo, piuttosto sarebbe utile iniziare già adesso con una campagna di sensibilizzazione che possa generare più certezze anche per chi, nel dubbio, ne farebbe a meno. Sarebbe giusto iniziare a vaccinare le fasce più a rischio e, magari, le persone che hanno già patologie importanti che possono essere maggiormente esposte al contagio».

Dosi di vaccino anche per gli ex contagiati?

«In linea di massima anche chi ha contratto il virus potrebbe essere sottoposto a vaccino, ma in questo momento bisognerebbe garantire una copertura di anticorpi a chi ne è sprovvisto. Ad esempio negli anno Novanta abbiamo dato il via a una vaccinazione a tappeto per debellare l’Epatite di tipo B e, nello specifico, avevamo organizzato un pre-test per accertare se i soggetti avessero già anticorpi in numero utile per combattere il virus. E’ lo stesso procedimento che si fa oggi per trasformare il sangue dei donatori ex Covid in plasma iperimmune. Mi rendo conto, però, che significherebbe allungare i tempi e, ora, non c’è da perdere neanche un minuto».

Quindi vaccino sia per gli ex sintomatici ma anche per gli asintomatici?

«Credo che tante persone inconsapevolmente sono state contagiate e hanno sconfitto la malattia senza saperlo, quindi molti cosiddetti asintomatici saranno vaccinati. Qui però è giusto fare un’osservazione importante, il portatore asintomatico va definito: persona infetta e contagiosa senza sintomi clinici di malattia. Se abbiamo contatti con un asintomatico ci sentiamo abbastanza tranquilli. Ma se ci troviamo a contatto con una persona infetta e contagiosa credo che sicuramente abbiamo un’altra narrazione. In qualità di infettivologo ho vissuto l’epidemia da Epatite C e da HIV: sono state definite epidemie silenziose perché il paziente infetto contagioso, per un certo periodo non presenta sintomi clinici, ma diffonde l’infezione in modo straordinario. Ne paghiamo ancora le conseguenze».

Rispetto alla prima fase della pandemia, oggi si registrano soprattutto casi positivi asintomatici ma con un tasso di letalità più elevato. E’ giusto pensare che siano decessi indotti dal Covid?

«Le morti dichiarate sono assolutamente da correlare all’infezione. Al numero di morti che ogni giorno la protezione civile comunica, dobbiamo sicuramenteaggiungere un numero di decessi no Covid, perché gli ammalati non trovano assistenza adeguata in quanto le strutture sanitarie sono impegnate in modo preponderante a volte esclusivo per il contrasto del virus. A ciò si aggiunge la paura che i soggetti fragili hanno di recarsi in ospedale a fare lunghe file, perché in ospedale non si è ricoverati senza almeno un tampone e spesso si resta in pronto soccorso per giorni in percorsi misti. Una riconciliazione terapeutica è difficile farla in un pronto soccorso impegnato anche emotivamente alla gestione Covid. E questi sono danni incalcolabili di cui nessuno parla».

Si muore soprattutto negli ospedali.

«Perché si continua a pensare alla terapia intensiva come se fosse la panacea di questa epidemia. Non è così. La rianimazione con la terapia intensiva è il fallimento totale. Perché non esce fuori il messaggio forte di quanti pazienti escono vivi dalla terapia intensiva? Il 90% dei pazienti muore in terapia intensiva».

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