Castellammare. Omicidio Tommasino, inchiesta sui mandanti: s’indaga sugli appalti

Tiziano Valle,  

Castellammare. Omicidio Tommasino, inchiesta sui mandanti: s’indaga sugli appalti

Le indagini sui mandanti e il movente dell’omicidio di Gino Tommasino tornano a prendere una piega politica. Nelle ultime settimane gli investigatori che indagano su delega della Procura Antimafia hanno passato al setaccio una serie di delibere e determine prodotte dal Comune di Castellammare di Stabia tra il 2005 e il 2009. Tra i documenti oggetto degli approfondimenti ci sono alcuni atti relativi al Contratto d’Area, all’Avis e in particolare al progetto di un sottopassaggio di collegamento tra gli hotel privati della collina del Solaro e le Nuove Terme. Un progetto, quest’ultimo, sul quale si concentrò anche la commissione d’accesso che s’insediò a Palazzo Farnese a seguito dell’omicidio Tommasino e controllò gli atti prodotti dalla giunta allora guidata dal sindaco Salvatore Vozza, oltre che le determine firmate dai dirigenti del Comune. Il motivo di questa scelta investigativa è da ricercare nelle rivelazioni dei pentiti, tra cui Pasquale Rapicano, ex killer del clan D’Alessandro che ha cominciato a collaborare con la giustizia appena lo scorso gennaio. Oltre che dal riascolto di alcune intercettazioni relative all’inchiesta Tsunami, finora tenute fuori dal fascicolo.Tsunami è la maxi-inchiesta scattata a fine 2006 con l’obiettivo – basta leggere il nome dato a quelle indagini – di travolgere il clan D’Alessandro. Partita con l’iscrizione di 93 nomi nel registro degli indagati in realtà solo il 25 novembre 2020, 13 anni dopo, ha portato al rinvio a giudizio di 29 persone tra cui il boss Vincenzo D’Alessandro e altri affiliati di primo piano della cosca di Scanzano. L’informativa finale redatta dall’allora capitano della compagnia dei carabinieri di Castellammare di Stabia è datata 10 gennaio 2009, praticamente tre settimane prima dell’omicidio di Gino Tommasino.Quelle indagini hanno avuto il merito di intercettare diversi summit tra gli affiliati della cosca, ma dagli atti desecretati finora il nome del consigliere comunale spunta solo a fine 2017. Nel corso di un incontro tra esponenti della criminalità organizzata, Paolo Carolei, altro pezzo da novanta del clan di Scanzano, dice a Vincenzo D’Alessandro che Gino Tommasino «sta facendo casino in giro», spendendo il nome del fratello maggiore Pasquale. Ma il boss gli risponde di non conoscere il consigliere comunale del Pd.Nelle intercettazioni tra criminali i riferimenti alla politica locale sono ricorrenti. Si parla di appalti, assunzioni, opere pubbliche, ma – almeno nei documenti finora noti – non salta più fuori il nome di Tommasino nonostante, come detto, le indagini si chiudono praticamente a ridosso dell’omicidio.Per quel delitto dopo gli arresti e le condanne a carico degli esecutori materiali Salvatore Belviso, Renato Cavaliere, Raffaele Polito e Catello Romano (l’unico a non essersi pentito), è in corso un’inchiesta che vede iscritti nel registro degli indagati: Vincenzo D’Alessandro, la mamma del boss Teresa Martone, Sergio Mosca e Carmine Barba.Il pentito Salvatore Belviso ha raccontato che a dare l’ordine di sparare fosse stato Sergio Mosca, mentre il collaboratore di giustizia Renato Cavaliere ha aggiunto che Vincenzo D’Alessandro «non poteva non sapere». Nessuno dei collaboratori di giustizia è riuscito a chiarire il motivo scatenante della scelta del clan di mettere a segno un omicidio così eclatante, tutti però concordano sul fatto che Tommasino fosse ormai malvisto dalla cosca di Scanzano.L’ipotesi più accreditata, al momento, è che a provocare quella decisione siano stati più motivi, non ultimo quello di lanciare un segnale alla politica. In quel momento storico, il clan D’Alessandro aveva in mano le chiavi di Palazzo Farnese, tant’è vero che il pentito Salvatore Belviso ha raccontato che «il 90 per cento degli appalti venivano assegnati a ditte decise dal clan». Ed è proprio sugli appalti che ora si stanno concentrando gli investigatori per fare luce sull’omicidio del consigliere Gino Tommasino e arrivare a una ricostruzione puntuale di quanto accaduto prima del 3 febbraio 2009. La data di una pagina tra le più buie della storia di Castellammare e ancora avvolta dal mistero.

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