Castellammare. La Dda chiede mezzo secolo di carcere per 7 boss dei D’Alessandro

Ciro Formisano,  

Castellammare. La Dda chiede mezzo secolo di carcere per 7 boss dei D’Alessandro

Un’altra mazzata giudiziaria rischia di abbattersi sulla cupola del clan D’Alessandro. In tutto 54 anni di carcere, oltre mezzo secolo di reclusione complessivo per i sette imputati alla sbarra. Sette tra boss, fiancheggiatori, affiliati ed ex colonnelli della cosca fondata dal padrino defunto Michele D’Alessandro. L’Antimafia non concede sconti e nella requisitoria del processo “Tsunami” chiede pene severe per gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato. La condanna più dura è stata invocata per Michele D’Alessandro, omonimo del padrino e figlio dell’altro capoclan, Luigi. Undici anni è la condanna richiesta dal pubblico ministero Giuseppe Cimmarotta a carico del rampollo di Scanzano che è imputato a piede libero. A seguire i dieci anni a testa chiesti per Nunzio Bellarosa e Antonio Lucchese. E poi gli otto anni invocati per Pasquale D’Alessandro, figlio di don Michele, attualmente recluso al regime del 41-bis nel super carcere di Sassari. Infine i sei anni e mezzo proposti per Teresa Martone, la vedova del padrino, già condannata in primo grado per estorsione aggravata dal metodo mafioso nel processo “Olimpo”, l’altra mega indagine sulla cosca stabiese. A chiudere il cerchio le richieste di condanne per i due pentiti: sei anni a Renato Cavaliere, ex sicario di punta del commando armato di Scanzano, e due anni e quattro mesi per Salvatore Belviso, altra “gola profonda” che ha aiutato la Dda ha svelare tanti misteri irrisolti legati alla criminalità organizzata di Castellammare di Stabia. Un processo nato da un’inchiesta aperta 13 anni fa. Un’indagine mastodontica che ricostruisce nel dettaglio gli affari del clan nel triennio che va dal 2006 al 2009, periodo nel quale l’organizzazione sarebbe stata guidata da Vincenzo D’Alessandro, uno dei figli di Michele. Sedici i capi d’imputazione contestati agli imputati, in tutto una trentina. Nel mirino una svariata serie di reati a cominciare dal racket, il vero “core business” della dinastia criminale stabiese. Una fittissima rete estorsiva che avrebbe – così sostengono gli inquirenti – messo in ginocchio centinaia di imprese, anche quelle impiegate in lavori pubblici e privati sul territorio comunale. Intercettazioni, appostamenti, riscontri diretti e anche i racconti dei collaboratori di giustizia: sono queste le prove raccolte dalla Dda grazie al lavoro sul campo dei carabinieri di Castellammare. Prove ritenute schiaccianti dall’accusa che nel primo filone processuale – il processo con rito ordinario si aprirà nei prossimi mesi – ha chiesto il pugno duro per gli imputati a processo. Nella prossima udienza inizieranno le discussioni della difesa. Al collegio difensivo (composto dagli avvocati Gennaro Somma, Stefano Sorrentino, Francesco Romano, Alfonso Piscino e Renato D’Antuono), il compito di provare a dimostrare l’innocenza degli imputati. (c)riproduzione riservata

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