Salvo, ucciso per errore a Ercolano: ergastolo al boss e allo specchiettista

Ciro Formisano,  

Salvo, ucciso per errore a Ercolano: ergastolo al boss e allo specchiettista
L'agguato del 13 novembre 2009

Ercolano Ergastolo confermato per Natale Dantese, lo spietato boss che ordinò il massacro. Ergastolo per Antonio Sannino, accusato di aver fatto parte del commando armato assieme a Vincenzo Spagnuolo. Dopo undici anni il caso è chiuso. Gli assassini di Salvatore Barbaro, il ragazzo di 29 anni ucciso per errore dalla camorra nel 2009 a Ercolano, hanno un nome e un cognome. La parola fine sul processo l’ha scritta ieri sera la Corte di Cassazione, rigettando i ricorsi dei due imputati.

Una sentenza che spazza via per sempre le ombre. Le stesse ombre che si addensarono quel giorno di undici anni fa sull’auto insanguinata del povero Salvatore. Le stesse ombre che fecero da sfondo al funerale blindato, senza messa e senza corteo: come si fa con i camorristi. C’è voluto un magistrato coraggioso per aprire uno squarcio tra le pareti di omertà che nascondono i misteri della camorra. Si chiama Pierpaolo Filippelli, ex pm Antimafia e oggi procuratore aggiunto a Torre Annunziata.

E’ stato lui, assieme ai carabinieri di Torre del Greco, a imbastire le trame di quell’inchiesta. Un’indagine che ha fatto luce su ciò che avvenne davvero quella terribile sera. Salvatore è nella sua auto. Sta percorrendo via Mare, angusta stradina del centro storico. All’improvviso gli piomba di fronte un motorino con due killer. Iniziano a sparare all’impazzata. Per quel ragazzo di 29 anni non c’è scampo. Ma Salvatore con la camorra non c’entra niente.

E’ un ragazzo che sogna di diventare un cantante e che per vivere lavora come garzone in una salumeria. Le indagini condotte dalla Dda racconteranno che è stato ucciso per un incredibile errore di persona. Gli assassini, guidati dal boss Natale Dantese, volevano ammazzare un boss del clan Birra che aveva la sua stessa auto. Un’inchieste che ha raccontato la ferocia della criminalità organizzata e quanto fosse facile morire, senza colpe, nel fuoco di quella terrificante faida. Indizi diventati prove nel corso del processo portato avanti dal pm Sergio Ferrigno. I racconti dei pentiti, i riscontri delle forze dell’ordine diventano macigni che inchiodano i colpevoli.

Arriva la condanna in primo grado, la conferma in Appello, a marzo di quest’anno, e poi la conferma in Cassazione. Salvatore è stato ucciso per errore e i suoi assassini dovranno vivere il resto dei loro giorni dietro le sbarre. Adesso la battaglia è un’altra: convincere di questa verità anche il Ministero della Giustizia che da anni nega alla famiglia di Salvatore il risarcimento come familiari di vittime innocenti della criminalità organizzata. Una battaglia che sta portando avanti l’avvocato Gianni Zara. Ma oggi anche questo dettaglio passa in secondo piano. Spazzato via da quella sentenza.

Dalle lacrime di Agnese che al telefono ripete singhiozzando: «Lo so che questa sentenza non mi darà indietro mio fratello, ma ci aiuterà a rivalutare la sua immagine che in questi anni è stata calpestata da troppe persone. Abbiamo avuto giustizia e saremo grati ai magistrati e alle forze dell’ordine che hanno combattuto al nostro fianco».

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