Angelo Prisco, il finanziere di San Giuseppe Vesuviano ucciso sul Vesuvio. Morte e misteri lunghi 25 anni

Andrea Ripa,  

Angelo Prisco, il finanziere di San Giuseppe Vesuviano ucciso sul Vesuvio. Morte e misteri lunghi 25 anni

Un mistero lungo venticinque anni. Una morte che grida ancora giustizia. Che continua a tenere quel lenzuolo di misteri che un giovane finanziere con la passione per l’ambiente avrebbe voluto tirar via, facendo luce sugli intrecci e sugli affari che continuano a celarsi all’interno dell’area protetta. Sulla morte di Angelo Prisco, maresciallo delle fiamme gialle barbaramente ucciso nel Vallone dell’Inferno, in pieno Parco Vesuvio, venticinque anni fa, resta invece un alone di mistero. Da quel maledetto martedì di dicembre del 1995 a oggi non c’è una traccia che porti ai responsabili di quell’omicidio. Di Angelo Prisco, dimenticato anche dalle istituzioni, restano una targa ricordo installata a 700 metri di quota, poco distante da dove fu trovato senza vita, e i ricordi degli ambientalisti. Gli unici, oggi, a tenere viva la memoria di un ragazzo che sognava di difendere il “suo” Vesuvio dagli affari della malavita. S’è detto che fu ucciso da bracconieri che erano impegnati in una battuta di caccia alle lepri in un giorno in cui l’attività venatoria era vietata. Colpito a morte per un po’ di cacciagione, ma le ombre sul giro d’affari che si cela dietro questo business – spesso nel mirino della criminalità organizzata – e il fatto che Prisco fosse armato forse indicano qualcosa in più su quello che realmente s’è lasciato intendere in venticinque anni. Forse aveva aperto gli occhi dove tutti, negli anni, hanno messo la testa sotto il terreno.    Dubbi, perplessità, che restano vive a venticinque anni da quell’efferato delitto. Che resta senza giustizia. Gli arresti, due persone furono fermate con l’accusa di aver ucciso Angelo Prisco, non hanno portato a nulla. Processi e sentenze di assoluzione hanno rimesso tutto in discussione. Il corpo di Angelo Prisco riverso sul terreno nel Vallone dell’Inferno, all’altezza di Ottaviano, fu trovato dopo una notte di ricerche. Il 28enne era uscito per una passeggiata, almeno questo aveva detto a casa, e non era più tornato. Vicino al corpo la pistola d’ordinanza. L’auto, lasciata nella zona a nord di Terzigno, aveva ancora lo sportello aperto. Fu colpito alle spalle, sparato a poca distanza dai suoi assassini che Angelo non vide mai in volto.  Quella rosa di pallini conficcata nella schiena, all’altezza dei polmoni e del cuore, fu fatale. Le indagini coordinate dalla procura della Repubblica di Nola, i ritrovamenti e le tracce rivenute vicino al corpo di Angelo Prisco, non hanno permesso agli inquirenti di far luce sul decesso. Due arresti, una sentenza di condanna in primo grado per un uomo di Somma Vesuviana e una di assoluzione in appello. E una lapide, marmo freddo su cui è scolpito il nome di quel finanziere di 28 anni che era tornato a San Giuseppe Vesuviano per passare qualche giorno di vacanza incrociando la morte. Ecco cosa resta di quell’omicidio, ancora oggi lontano dalla verità. Gli esecutori materiali di quel delitto sono ancora sconosciuti. E a 25 anni quella morte in nome dell’ambiente chiede ancora giustizia.

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