Boscoreale. Bimbi usati come pusher: scarcerato il narcos

Ciro Formisano,  

Boscoreale. Bimbi usati come pusher: scarcerato il narcos

E’ stato condannato in via definitiva a 13 anni di reclusione perché ritenuto coinvolto in un’associazione per delinquere specializzata nel traffico di droga. E’ considerato tra le figure chiave dell’affare spaccio al Piano Napoli di Boscoreale. Ma nonostante la decisione della Cassazione, Vincenzo Romano ha trascorso in carcere poco meno di un anno. Nei giorni scorsi, infatti, ha ottenuto il differimento dell’esecuzione della pena per motivi di salute. Il giudice del tribunale di sorveglianza di Avellino ha accolto l’istanza presentata dall’avvocato Francesco De Gregorio, legale del condannato. De Gregorio, a dispetto della gravità delle accuse che hanno portato alla condanna dell’imputato, ha dimostrato l’esistenza di una incompatibilità tra le condizioni di salute dell’uomo e la custodia in carcere. A Romano sono stati così concessi i domiciliari. L’uomo, originario di Volla, è rimasto invischiato nell’inchiesta sullo spaccio che nel 2014 ha svelato l’esistenza della così detta “Scampia del Vesuvio”. Tra i palazzi del rione di case popolari, secondo l’Antimafia, era attiva un’organizzazione che rappresentava un crocevia chiave per il traffico di stupefacenti in Campania e non solo. Un gruppo con rapporti e ramificazioni anche all’estero. Un’enorme piazza di spaccio a cielo aperto che aveva al suo servizio intere famiglie. Mamme, nonni e persino bambini. Piccoli pusher o vedette utilizzati anche per il trasporto degli stupefacenti. Tra gli imputati in quel processo sono finiti anche boss e narcos di primo piano legati ai clan Aquino-Annunziata e Padovani. Le organizzazioni che da sempre dettano legge nel quartiere. Nel processo che si è concluso con la sentenza della Cassazione, gli imputati sono stati tutti condannati a scontare, complessivamente, oltre un secolo e mezzo di reclusione. Romano, ritenuto un uomo chiave dall’Antimafia, è stato processato e condannato in tutti i gradi di giudizio assieme agli altri imputati. La Suprema Corte ha confermato la condanna emessa, a giugno del 2018, dalla Corte d’Appello di Napoli nei suoi confronti. Tredici anni di reclusione per il pregiudicato di 59 anni. Sentenza diventata definitiva nel 2019, quando il condannato è finito in carcere, dopo essersi costituito ad Eboli. Romano è però rimasto dietro le sbarre poco più di un anno. Nel frattempo l’avvocato Francesco De Gregorio ha preparato una corposa istanza da inviare al magistrato di sorveglianza di Avellino. Un’istanza incentrata sul tentativo di dimostrare l’incompatibilità tra le condizioni fisiche di Romano e la detenzione in carcere. Già nelle fasi precedenti del procedimento, infatti, l’imputato aveva ottenuto i domiciliari proprio in virtù dei suoi problemi di salute. Il giudice, anche se non siamo in presenza di patologie gravissime, ha comunque ritenuto di dover accogliere la richiesta della difesa. Il tutto a dispetto delle gravissime accuse che hanno determinato la condanna dell’imputato. Per Romano si sono così aperte, nei giorni scorsi, le porte del carcere. Il giudice gli ha concesso il differimento dell’esecuzione della pena ai sensi dell’articolo 684 del codice di procedura penale.

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