La storia: “Io, ergastolano vivo in cella con l’incubo virus”

Elena Pontoriero,  

La storia: “Io, ergastolano vivo in cella con l’incubo virus”

Un Natale diverso anche per chi, come Ciro Afeltra, 38 anni, ne ha trascorsi già nove dietro le sbarre e con la consapevolezza che le porte del carcere per lui non si apriranno mai. Condannato all’ergastolo, l’uomo originario di Pimonte, ha avuto tempo e modo di ripensare a quella tragica notte, tra il 4 e il 5 novembre del 2011, quando una vita, quella di Carlo Cannavacciuolo, fu spezzata da un colpo di pistola. Una rapina che finì nel sangue, perché quella notte Ciro Afeltra accompagnò il suo amico Violante “Nandino” Petrucci deciso a mettere a segno un colpo come tanti altri, per racimolare soldi per la droga, che invece finì con l’omicidio del giovane veterinario di Santa Maria la Carità. Ciro Afeltra non ha premuto materialmente il grilletto, ma è stato complice dell’uccisione di un giovane che all’epoca dei fatti aveva quasi la sua stessa età. Pentitosi, aveva chiesto perdono alla famiglia del veterinario sammaritano con una lettera spedita a Metropolis un anno fa. Penna alla mano, Ciro Afeltra oggi ha di nuovo messo su carta il malessere che ancora lo accompagna, soprattutto nel drammatico periodo della pandemia che ha isolato ancora di più i detenuti, lasciandoli soli con i loro pensieri. «Quando si passa troppo tempo dietro le sbarre tutto diventa più difficile – scrive il detenuto – In principio vengono a farti visita con gioia e affetto, poi pian piano diventa un fastidio, si diventa un peso perché carcerati. Le lettere, anche quelle man mano vanno a diminuire fino a scomparire. E allora ti rendi conto che è passato tanto tempo». Essere un peso per gli altri, è questa la sensazione che ripete più volte Ciro Afeltra nella lettera diretta al suo padre spirituale, don Gennaro Giordano, che proprio durante i mesi di lockdown avrebbe dovuto raggiungere il penitenziario di Volterra dove è rinchiuso per fargli da padrino al sacramento della cresima del detenuto. Sentirsi inutile e aggrapparsi alla fede, l’unica via di uscita e libertà dalle fredde mura della cella. «Si spera, si spera e ancora si spera – ripete con forza Ciro Afeltra – Ti addormenti con la speranza di fare un bel sogno e se non lo fai aspetti la notte successiva, e così via; diventa tutto un’attesa di qualcosa che non arriva mai e ricominci a cadere nel turbine di domande alle quali non vi sono risposte. Una pressione alle tempie e il cuore batte forte, tanto che se tocchi le vene sembra che stiano per esplodere». Tutto accentuato dalle restrizioni per fronteggiare i contagi da Covid che hanno tolto anche quei pochi momenti aggregativi e formativi per i detenuti, ora rimasti nella penombra a riflettere, chiusi nelle celle e costretti a fare i conti con il proprio passato sbagliato. «Durante i mesi di lockdown ero stato trasferito a Poggioreale e dividevo la cella con altri 10 detenuti – riavvolge il nastro Ciro Afeltra – Dopo la rivolta interna, per ordine e sicurezza è stato deciso di chiudere le celle e siamo rimasti ammassati in una piccola stanza detentiva, con la crescente paura di poterci contagiare rapidamente. Una convivenza forzata e il terrore che il virus potesse diffondersi velocemente anche dietro le sbarre, con l’incertezza iniziale di quanto stava accadendo in tutto il mondo. La realtà dei penitenziari è diversa da quella che si vede in tv, in celle piccolissime sono costrette diverse persone e in questo momento storico è molto pericoloso». Ciro Afeltra è e resterà in cella, trasferito nuovamente a Volterra, non più in compagnia degli altri 10 detenuti, ma degli spettri del passato che bussano ripetutamente alla sua porta. Solo, perché la sua posizione da complice nell’efferato omicidio di Carlo Cannavacciuolo aveva generato il distanziamento sociale dei suoi stessi familiari ancor prima dell’arrivo della pandemia. «Queste feste saranno ancor più malinconiche. Il virus ha ulteriormente cambiato la vita anche dietro le sbarre, con la sospensione delle attività a cui ci dedichiamo e che ci tengono impegnati, ma anche per la riduzione dei colloqui con parenti e amici, che avvengono solo con sporadiche telefonate o videochat».

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