Pentangelo, ultimo presidente della Provincia: “Fu un errore azzerarla”

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Pentangelo, ultimo presidente della Provincia: “Fu un errore azzerarla”

E’ stato l’ultimo presidente della Provincia di Napoli in carica. Antonio Pentangelo è oggi parlamentare berlusconiano. Onorevole, da Bassolino ai sindaci sono in tanti a ritenere mortificata l’area metropolitana di Napoli.

Lei cosa ne pensa?

«Devo fare una premessa: il sistema del voto ponderato attuale toglie molto alla politica dell’area metropolitana. Perché un partito, qualsiasi esso sia, si impegna al raggiungimento di un obiettivo consapevole però che non potrò mai avere rappresentanza vera. Il leader vero della Città Metropolitana è il sindaco di Napoli che potrebbe governare da solo».

In che senso?

«Se ci fosse un partito politico che prende l’85% di consiglieri metropolitani sa bene che non avrà alcun potere di orientamento. Non ha la possibilità dei numeri e la forza politica».

Lei si oppose alla riforma dell’ente provincia.

«Sì e mi fa piacere che lo si ricordi. Consideravo e considero l’istituzione della Città Metropolitana un mostro. Ma nonostante ciò mi misi in gioco e fui il consigliere metropolitano più votato».

Cosa si è perso, in questi anni, secondo lei?

«Di fatto possiamo parlare di una rappresentatività politica affievolita. Nel senso che non è un ente provinciale e non è regionale. Noi all’epoca prendemmo sette consiglieri, ma con questo sistema fu tutto inutile».

In che termini secondo lei?

«Le faccio un esempio: l’ultimo candidato alla carica di presidente della Provincia, Luigi Cesaro, chiese il voto degli elettori per guidare la provincia sapendo sapendo che avrebbe dedicato tutte le sue forze a quell’ente».

Critiche che non furono raccolte.

«In quelle settimane io lo dicevo al ministro Delrio (padre della riforma). E gli dicevo quello che poi è accaduto. Io sono stato sindaco, anche se di una piccola città. Immaginiamo de Magistris che ha dovuto governare Napoli in questi anni. Se ci aggiungiamo il fardello di altri 91 comuni, la conseguenza è semplice. Io da presidente della Provincia mi muovevo per partecipare al buongoverno delle amministrazioni comunali».

Oggi è ancora peggio.

«La pandemia ha reso tutta questa distanza drammaticamente evidente. La Provincia era un intermediario politico. Se mi consente un esempio è come se tra padre e figlio ci fosse uno zio».

C’è qualche esempio attuale?

«Ce ne sono due. Il primo la vertenza Meridbulloni di Castellammare. I lavoratori si sarebbero rivolti all’ente Provincia. Non mi risulta che, in questi giorni, sia stato chiamato De Magistris. Si è delegittimato un organo dello Stato, poi lasciandolo moribondo in vita. A questo punto andava cancellato sul serio».

Il secondo esempio?

«Pensiamo al fallimento di Ctp. Io ho avuto la delega ai trasporti, che oggi è toccata a un professionista serio come Franco Cascone. Riducemmo il debito annuo da 31 milioni a 11 milioni e poi lo avremmo azzerato. Senza voler fare illazioni, però, lo sforzo di Città Metropolitana è stato tutto concentrato sull’Anm e non sul salvataggio della Ctp».

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