Le mire del clan sui tesori di Pompei, l’ordine ai tombaroli: «Portateci tutti i reperti»

Salvatore Piro,  

Le mire del clan sui tesori di Pompei, l’ordine ai tombaroli: «Portateci tutti i reperti»
Uno dei numerosi ritrovamento fatti negli anni

I tentacoli della camorra allungati, fin dal 2001, sull’illecito business internazionale degli scavi clandestini e dei reperti trafugati. Il clan Cesarano, per appropriarsi di un’antica e inestimabile biga romana, minacciò i tombaroli di Pompei: «Quando iniziate uno scavo, il clan dev’essere avvertito». Come a dire «comandiamo solo noi»: sconti a nessuno, minacce e pressioni a tutti. Anche ai tombaroli di via Civita Giuliana. E’ questo l’inquietante retroscena emerso ieri in tribunale, a Torre Annunziata, durante l’ultima udienza del processo a carico di Giuseppe e Raffaele Izzo, padre e figlio di Boscoreale finiti alla sbarra nel 2017 per ricettazione e ricerche clandestine di oggetti antichi. Sarebbero loro – secondo l’esito delle indagini coordinate dall’ex pm antimafia Pierpaolo Filippelli – i tombaroli di Civita Giuliana, nella zona nord fuori le mura del sito archeologico di Pompei. Secondo l’accusa, padre e figlio, a partire dal 2009, avrebbero scavato e attraversato dei veri e propri tunnel clandestini. I cunicoli – cinque, il più lungo di oltre 50 metri, scavati nel sottosuolo fino a 5 metri di profondità – partendo dalla cantina e dal giardino-agrumeto di casa Izzo, riuscivano a raggiungere la ricca villa suburbana diventata famosa, nel 2018, per la scoperta dei calchi di 3 cavalli di razza con bardatura militare appartenuti a qualche comandante romano; e ancora, lo scorso 21 novembre, per il ritrovamento di due corpi integri: vittime dell’eruzione del 79 dopo Cristo, che distrusse l’antica Pompei. Prima delle ultime scoperte però, già nel 2001, i tombaroli trafugarono in via Civita Giuliana i resti di un’antica biga romana (vedi altro articolo in pagina, ndr). Un reperto preziosissimo, che spinse subito il clan Cesarano a fare minacce e pressioni per gestire l’affare. «Nel 2001 ci fu un saccheggio alle porte di Civita Giuliana. Una biga fu ritrovata nei pressi di un frutteto. Ricordo che, nella circostanza, ci fu l’immediato intervento del clan Cesarano per asportare i beni» dichiara Saverio Tammaro, alias ‘o principe, il collaboratore di giustizia che in quegli anni, secondo gli inquirenti, era al vertice dell’omonima cosca criminale con base a Scafati. Le dichiarazioni fatte dal pentito di camorra, riportate in una nota informativa del 2017 a firma dei carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli, sono state ricordate ieri a processo dall’avvocato Francesco Matrone, difensore di Giuseppe Izzo. «Il clan Cesarano» ha detto l’avvocato durante un lungo controesame al quale è stato sottoposto il brigadiere del nucleo investigativo di Torre Annunziata, Salvatore Sorrentino, che si è occupato in prima persona delle indagini sugli scavi clandestini di Pompei «ha di fatto minacciato le persone che hanno fatto gli scavi. Perché? Per non aver detto nulla sullo scavo clandestino». «Non ricordo di avere letto una denuncia in merito», ha risposto secco, in aula, il brigadiere Sorrentino. Giuseppe Izzo – la tesi difensiva – avrebbe subito dalla camorra «minacce e attentati perché dimorava in un territorio di particolare appetito per i clan». Alcune minacce sarebbero state riferite, negli anni scorsi, dallo stesso Giuseppe Izzo ai carabinieri. Tant’è che, secondo la difesa, dopo i racconti di Izzo i carabinieri di Torre Annunziata effettuarono un sopralluogo nell’agrumeto della propria abitazione in via Giuliana “durato 6 ore”. Quel verbale di intervento dei carabinieri, ora, sarà prodotto e acquisito agli atti del processo.

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