Camorra: Patto Birra-Cesarano per sterminare i Papale

Ciro Formisano,  

Camorra: Patto Birra-Cesarano per sterminare i Papale

Da un lato uno dei clan più ricchi, potenti e impenetrabili della camorra campana. Dall’altro i macellai della faida, i boss accecati dalla sete di vendetta che sognavano di creare una mega-federazione criminale capace di estendersi fino alle porte di Scampia.

Un filo rosso sangue che unisce i Cesarano, cosca con base tra Pompei e Castellammare, e i Birra, i camorristi di Ercolano protagonisti di una delle più feroci guerre che la storia della criminalità ricordi. Una terrificante mattanza combattuta tra Ercolano e Torre del Greco (agli inizi del nuovo millennio) capace di produrre 60 morti ammazzati in meno di 10 anni.

Un massacro svelato dalle inchieste dell’Antimafia. Indagini capaci di mettere al tappeto la criminalità organizzata del Miglio d’Oro. Le inchieste imbastite dall’ex pm della Dda, Pierpaolo Filippelli, hanno svelato gran parte di quella guerra, portando alla condanna di boss e sicari protagonisti della faida. Un risultato incredibile frutto anche delle dichiarazioni rese ai magistrati da chi ha combattuto in prima linea in quella stagione di sangue e vendette.

Gente del calibro di Costantino Iacomino, padrino fondatore della cosca poi diventato collaboratore di giustizia. L’ex boss di Ercolano ha ricostruito la mappa delle alleanze tessute dai Birra nel corso degli anni, soffermandosi anche sui rapporti di mutuo soccorso che il clan avrebbe instaurato per combattere la guerra contro i nemici giurati degli Ascione-Papale.

Iacomino, soprannominato “capaianca” per la sua chioma color argento che gli dava l’aria dell’uomo saggio, ha parlato dei Cesarano in merito ai propositi di vendetta covati da Stefano Zeno, il boss pluriergastolano di corso Resina che assieme a Giovanni Birra è ritenuto tra i registi della guerra. «Giuseppe Infante era cognato di Giovanni Birra e Stefano Zeno – l’incipit racchiuso nei verbali di Costantino Iacomino – in particolare quest’ultimo aveva un “chiodo fisso”, quello di vendicare Infante Giuseppe e per questo motivo i fratelli Manzo erano in cima alla loro lista nera. Anche durante la nostra comune detenzione Zeno Stefano mi parlava dei suoi progetti di uccidere i fratelli Manzo, anche attraverso l’ausilio di gente di Pompei e Boscoreale Mi parlava a riguardo di tale “Federico”, dei “Tamarisco” e di un tale Russo sempre di Pompei del clan Cesarano ».

Le inchieste e i processi di questi anni sono state in grado di ricostruire la fittissima mappa delle alleanze imbastite dal clan. Oltre ai presunti rapporti con i Cesarano (tirati in ballo anche per alcune estorsioni da altri pentiti dei Birra) gli atti parlano di accordi durante gli anni bui della faida anche con cosche del calibro dei Gionta di Torre Annunziata – coinvolti e condannati per almeno 4 delitti commessi in quegli anni e con i Lo Russo di Miano, all’epoca una delle cosche più potenti dell’area metropolitana. Un mosaico ricostruito dall’Antimafia che oggi punta a mettere insieme gli ultimi tasselli di una guerra terrificante capace di segnare in modo indelebile questo territorio.

 

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