Guerra per la droga a Castellammare, il pentito: «Polito doveva morire»

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Guerra per la droga a Castellammare, il pentito: «Polito doveva morire»

Sulla carta erano due gruppi in affari. Due clan uniti da un comune interesse: inondare di droga le piazze di spaccio di Castellammare per macinare soldi a palate sulla pelle dei tossici della provincia. Ma in realtà sotto il velo di quella finta pace si nasconderebbe una bomba a orologeria pronta ad esplodere da un momento all’altro. Una potenziale guerra di camorra che vedrebbe protagonista da un lato il potente clan D’Alessandro e dall’altro i ras emergenti del rione Moscarella. Un retroscena inedito venuto fuori dai racconti di Pasquale Rapicano, l’ultimo super pentito della camorra di Castellammare. L’ex componente del commando di fuoco dei D’Alessandro – già condannato all’ergastolo in Appello per omicidio – ha testimoniato, qualche giorno fa, nel corso del processo nato dall’inchiesta “Domino”, l’indagine che ha fatto luce sull’enorme business legato al traffico di droga gestito dai boss stabiesi. Un affare da 5 milioni di euro all’anno per le casse dei D’Alessandro, come confermato dall’altro collaboratore di giustizia, Renato Cavaliere. Per la prima volta Rapicano è stato ascoltato in un processo. Una svolta arrivata a poco più di un anno e mezzo dal suo pentimento. E rispondendo alle domande del pubblico ministero dell’Antimafia Giuseppe Cimmarotta e a quelle degli avvocati della difesa, l’ex affiliato di Scanzano ha raccontato dei rapporti tesi tra i due gruppi criminali. Un clima di tensione talmente forte da spingere i padrini dei D’Alessandro e degli Imparato – la costola del clan attiva nel rione Savorito – a programmare due omicidi per colpire al cuore il gruppo di Moscarella: sodalizio già finito in questi mesi sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti tra blitz, arresti e sequestri di armi e droga. «Dottò noi ci abbiamo avuto a che fare con quelli di Moscarella – le parole ripetute in aula dal super pentito – ma per uno scopo nostro. Ci siamo finti compagni e invece noi li dovevamo uccidere». Sulla lista nera dei killer di Scanzano due nomi di primo piano. Il primo è quello di Raffaele Polito, ritenuto l’attuale reggente dell’organizzazione specializzata in spaccio e traffico di droga attiva nella periferia di Castellammare di Stabia. Il secondo è Michele Onorato, alias ‘o pimontese, ras legato ai Cesarano ma indicato, dal pentito, come figura vicina anche alla famiglia Polito. «Michele ‘o pimontese, quando usciva dal carcere doveva morire. E’ stato deciso da Scanzano – ripete Rapicano – e in particolare dalla Faito, da Salvatore Imparato. Dovevano morire sia Onorato che Polito». Nei suoi racconti Rapicano parla anche di scambi di droga tra Moscarella e Scanzano, ribadendo, però, che si trattava di una «finta amicizia». Un tema che non viene ulteriormente approfondito in aula dal collaboratore di giustizia ma che è sicuramente già all’attenzione della Direzione Distrettuale Antimafia.  In questi ultimi anni, infatti, su Moscarella si sono concentrate le attenzioni delle forze dell’ordine. I sequestri e le operazioni di polizia hanno dimostrato l’esistenza di un gruppo potente, ricco e armato fino ai denti. Un sodalizio che – forse – già sapeva di essere finito nel mirino dei killer del clan D’Alessandro.

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