Affari con i boss di Torre del Greco: congelato il tesoro al gancio del clan

Alberto Dortucci,  

Affari con i boss di Torre del Greco: congelato il tesoro al gancio del clan

Torre del Greco. Resta sotto chiave il tesoro sequestrato dal tribunale del Riesame di Napoli a Ciro Vaccaro, l’imprenditore finito in manette a giugno del 2019 con l’accusa di essere stato il «gancio della camorra» all’interno del Comune. A sei mesi dal provvedimento con cui erano stati «congelati» diversi immobili intestati al cinquantaseienne di largo Costantinopoli, la suprema corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla difesa dell’imprenditore – rappresentata dall’avvocato Antonio Di Martino – e confermato il sequestro conservativo a garanzia al pagamento delle spese processuali, a partire da 31.000 euro e spiccioli relativi ai costi delle intercettazioni telefoniche.

La tesi dell’Antimafia

Il giorno dell’arresto, Ciro Vaccaro – oggi sottoposto ai domiciliari e a processo per concorso esterno in associazione mafiosa e estorsione aggravata – si vide sequestrare 4 appartamenti e un piccolo agrumeto, in parte intestati alla moglie e alla primogenita di 30 anni. Non solo: sotto chiave finirono le quote di una società cooperativa con sede legale a Napoli specializzata in pulizie generali di edifici e tutti i rapporti finanziari intestati all’imprenditori  e ai familiari. Chiaro il teorema dell’accusa: «Potrebbero essere base di occultamento o trasferimento di denaro di provenienza illecita», la teoria dei pubblici ministeri Maria Di Mauro e Maria Serpe della direzione distrettuale antimafia di Napoli. In pratica, secondo i titolari delle indagini, l’impero costruito da Ciro Vaccaro sarebbe «figlio» degli affari portati avanti con i boss dei clan interessati alle gare d’appalto all’ombra del Vesuvio.

La battaglia legale

Le tesi degli investigatori venne – a febbraio del 2020 – smentita dai giudici dell’ottava sezione penale del tribunale del Riesame di Napoli. Secondo cui non ci sarebbe stata una chiara sproporzione tra i redditi dichiarati da Ciro Vaccaro e il valore dei beni acquistati dall’imprenditore. In ogni caso, poi, l’impero del cinquantaseienne non sarebbe stato riconducibile all’attività di «mediazione» svolta a favore della camorra. Di qui, il dissequestro dei beni poi cancellato da una nuova ordinanza emessa a luglio del 2020 dal tribunale di Napoli. L’ultimo atto della battaglia legale è andato in scena davanti agli ermellini della prima sezione penale di Roma, pronti a rigettare il ricorso bollato come «reiterativo e farraginoso» nonché infondato in ciascuno dei sui cinque motivi. A partire dal presupposto secondo cui gli accertamenti patrimoniali posti a base del sequestro fossero stati svolti nell’ambito di un distinto procedimento penale a carico di Ciro Vaccato, concluso con l’archiviazione. Il ricorso è stato, dunque, dichiarato inammissibile e l’imprenditore del settore delle pulizie condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di 3.000 euro in favore della cassa della ammende.

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