Racket alle imprese di Castellammare, 23 imputati. Alla sbarra il boss D’Alessandro

Ciro Formisano,  

Racket alle imprese di Castellammare, 23 imputati. Alla sbarra il boss D’Alessandro

Per l’Antimafia è una delle più importanti inchieste mai realizzate sulla camorra di Castellammare di Stabia. Un’indagine che forse meglio di altre definisce scenari, personaggi, dinamiche, ruoli e gerarchie all’interno del clan D’Alessandro. Una cosca tutt’ora ritenuta una delle organizzazioni criminali più ricche e potenti della camorra campana. Un fascicolo rimasto in ghiaccio per anni (parliamo di episodi datati di oltre un decennio) ma che ieri è finito al centro del dibattito in un’aula di tribunale. Il processo “Tsunami” è cominciato. Anche se si tratta di una falsa partenza. Per alcuni difetti di notifica, infatti, il collegio giudicante non ha potuto fare altro che disporre il rinvio a maggio per discutere le questioni preliminari. Al centro del dibattito finiranno sicuramente le numerose intercettazioni telefoniche e ambientali confluite nell’indagine.  Un’udienza lampo nella quale, però, è stata confermata la costituzione di parte civile da parte del Comune di Castellammare di Stabia, della Federazione Antiracket e di Sos Impresa.  In tutto 23 gli imputati coinvolti nel filone processuale che si celebra con rito ordinario. Tra loro anche alcuni nomi di primissimo piano. A cominciare da Vincenzo D’Alessandro, figlio di Michele e considerato tra le figure di vertice dell’organizzazione. D’Alessandro è indagato a piede libero per questo processo. Nel 2018 ha lasciato il carcere dopo aver scontato una condanna a 9 anni per associazione mafiosa. Ma secondo alcuni pentiti – uno su tutti l’ex sicario Pasquale Rapicano – sarebbe tutt’ora tra i referenti di spicco della cosca di Scanzano. E ancora Antonino Esposito Sansone, indagato a piede libero anche per l’omicidio di Pietro Scelzo, ucciso a Castellammare nel 2006. Delitto per il quale è già stato condannato all’ergastolo, in appello, proprio Rapicano, che poche settimane dopo quella sentenza ha deciso di iniziare a collaborare con la giustizia. Le accuse contestate, a vario titolo, vanno dall’appartenenza al clan al traffico di droga, poi ancora estorsioni, minacce e usura. Reati aggravati dal metodo e dalle finalità mafiose. In tutto sono sedici i capi d’imputazione contestati. Episodi che fanno riferimento all’arco temporale che va dal 2006 al 2009, periodo individuato dall’Antimafia come uno degli archi temporali nei quali il clan è stato proprio nelle mani di Vincenzo D’Alessandro.  Sotto la lente d’ingrandimento, in particolare, l’affare racket, la vera fonte di sostentamento della cosca.  In quegli anni tutti, secondo gli inquirenti, pagavano la tangente alla camorra. Dalle ditte che lavoravano per il Comune passando per le imprese edili impegnate in lavori privati di ristrutturazione. E non solo. I D’Alessandro sarebbero arrivati a imporre una tassa fissa del 5% su ogni appalto, arrivando a chiedere e ottenere soldi anche sull’acquisto di grossi immobili in città. Per chiudere il cerchio poi l’usura. Con il clan che – sempre secondo quanto teorizza l’Antimafia – avrebbe acquistato i crediti per poi tormentare le vittime. Uno strumento che avrebbe consentito all’organizzazione anche di mettere le mani su diverse attività imprenditoriali. Tesi fondata sia sull’attività degli investigatori che sui racconti di diversi collaboratori di giustizia che verranno ascoltati in aula. Ricostruzione che verrà ovviamente contrastata nel corso del dibattimento dal collegio difensivo (composto tra gli altri dagli avvocati Antonio de Martino, Francesco Schettino, Gennaro Somma, Alfonso Piscino).

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