Il boss Casillo rivela: «Lo Stato voleva trattare con me per catturare Onda del clan Gionta»

Ciro Formisano,  

Il boss Casillo rivela: «Lo Stato voleva trattare con me per catturare Onda del clan Gionta»

«Lo Stato voleva che lo aiutassi per la cattura di Umberto Onda». Francesco Casillo, ex boss del Piano Napoli di Boscoreale, è il testimone chiave del processo ai presunti carabinieri infedeli di Torre Annunziata, i militari che avrebbero tradito la divisa scendendo a patti con la camorra. Nelle aule del tribunale di corso Umberto si presenta da uomo libero. Anzi, come dice lui, «da testimone di giustizia senza scorta». È stato scarcerato circa un anno fa anche se è ancora imputato per omicidio e traffico di sostanze stupefacenti. Si siede per riprendere un discorso interrotto oltre 400 giorni fa. Tra rinvii e beghe procedurali l’udienza è stata rinviata una decina di volte. Poi un fiume di parole, racconti, retroscena. Come quell’amicizia con alcuni militari suggellata dal tatuaggio del comandante Marcos, un rivoluzionario messicano. Tatuaggio che avrebbe impresso sulla pelle sia il boss che alcuni carabinieri. E poi via a svelare i presunti retroscena di quello che lui stesso considera un rapporto basato sulla corruzione. Dai carichi di droga fatti sequestrare dal boss fino ai tentativi di recupero degli stupefacenti dai caveau dello Stato. E ancora la cattura del killer del tenente Pittoni, il carabiniere ucciso a Pagani da un giovane di Torre Annunziata nel 2008. Casillo, nelle precedenti udienze, ha raccontato di aver fatto da tramite tra lo Stato e la camorra per consentire l’arresto dell’assassino. Un ruolo che alcuni carabinieri, in quegli anni, volevano che svolgesse anche per la cattura di Umberto Onda, boss dei Gionta arrestato in infradito da venti carabinieri mentre scendeva, come un turista qualunque, dal traghetto partito a mezzanotte da Corfù. Era il 28 giugno del 2010. E qualche anno prima qualcuno avvicinò Casillo per spingerlo a collaborare per stanare il padrino. «Io mi rifiutai ma più volte hanno insistito. Mi arrivarono a chiedere persino di scrivere dei falsi pizzini spacciandomi per Onda». Parla anche dei soldi Casillo. Milioni di euro che dice di aver nascosto anche in casa sua. E ancora i carichi di droga, i traffici di stupefacenti nella zona vesuviana. I rapporti con i narcos. Ma poi sottolinea: «Non sono un diavolo». Nelle prossime udienze il processo arriverà alle battute finali. Nel filone con rito abbreviato gli imputati sono stati tutti salvati dalla prescrizione. Alcune dichiarazioni di Casillo non sono state ritenute attendibili ma il sospetto, secondo i giudici, è che il boss avesse realmente corrotto dei carabinieri prima del suo ultimo arresto. Un punto questo che verrà valutato e analizzato dai giudici ai quali spetterà il compito di decidere se ci fu davvero un patto segreto tra Stato e camorra.

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