Duplice delitto dei fratelli Manzo a Terzigno, il boss Casillo torna a processo: rischia l’ergastolo

Ciro Formisano,  

Duplice delitto dei fratelli Manzo a Terzigno, il boss Casillo torna a processo: rischia l’ergastolo
Il boss Francesco Casillo

Francesco Casillo, capoclan di Boscoreale, ex pentito e capo indiscusso del Piano Napoli, rischia l’ergastolo per aver partecipato all’omicidio dei fratelli Marco e Maurizio Manzo: due uomini legati agli Ascione-Papale massacrati in un bar alla periferia di Terzigno nel 2007 da un commando armato composto da killer del clan Gionta di Torre Annunziata. Qualche anno fa i giudici della Corte di Cassazione di Roma hanno annullato, con rinvio a diversa sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli l’inattesa assoluzione incassata dal capoclan. Al centro del ricorso della Procura Generale ci sono i racconti di alcuni collaboratori di giustizia che secondo l’accusa non sarebbero stati presi nella dovuta considerazione. Come le parole di Antonio Birra, boss di Ercolano oggi pentito, che ha parlato proprio del ruolo di Casillo nell’ambito di quell’efferato delitto nel bar Maemi. Elementi sufficienti per spingere i giudici ermellini della Corte di Cassazione a chiedere l’avvio di un nuovo processo a carico del ras della droga. A oltre un anno da quella pronuncia nei giorni scorsi è ripartito il processo di secondo grado destinato a far luce sull’omicidio che sconvolse Terzigno ormai 14 anni fa. Sono stati ascoltati i primi collaboratori di giustizia che in questi anni hanno indicato in Casillo uno dei boss che autorizzò il massacro dei fratelli Manzo. Tra questi Massimo Fattoruso, ex esponente del clan Aquino Annunziata che in grandi linee ha confermato quanto ammesso nei suoi verbali. Il processo è stato rinviato a marzo per sentire altri collaboratori di giustizia. Casillo, oggi libero dopo una lunga detenzione in carcere, avrebbe dato il suo placet – sostiene la Direzione Distrettuale Antimafia – per l’omicidio di due uomini ritenuti legati al suo gruppo criminale. Secondo quanto emerso dalle indagini e dalle testimonianze rese dai collaboratori di giustizia – uno su tutti Michele Palumbo (l’ultimo killer pentito della cosca dei Valentini) – il delitto sarebbe stato messo in atto per “benedire” nel sangue la santa alleanza tra la cosca di Resina e gli uomini di palazzo Fienga. Per l’Antimafia i Manzo sarebbero uccisi per vendicare la morte di Giuseppe Infante, parente del padrino Giovanni Birra, che per la cosca sarebbe stato freddato – qualche anno prima – proprio dai due pregiudicati vicini al clan dei “bottone”. Da qui la decisione di chiedere “aiuto” agli “amici” di Torre Annunziata per mettere al tappeto i fratelli Manzo, con i summit a Palazzo Fienga – raccontanti dai collaboratori di giustizia nelle ultime udienze del processo – e quelli nei vicoli di Ercolano. A eseguire il delitto che il pubblico ministero della Dda ha definito – nella sua requisitoria – un manifesto della «crudeltà e dell’efferatezza dei killer» sarebbero due killer dei Gionta. Ad armarli Pasquale Gionta – il padrino di Palazzo Fienga – Stefano Zeno e Giovanni Birra, i due reggenti della cosca di Ercolano. Tutti protagonisti, per i giudici, dell’asse di fuoco che qualche mese dopo il delitto di Terzigno – nel maggio 2007 – costò la vita a Ettore Merlino, uomo degli Ascione-Papale colpito a morte in via Nazionale dopo aver fatto visita ai boss di Palazzo Fienga nell’ex fortino della camorra di Torre Annunziata. Mentre Casillo avrebbe “collaborato” con i clan Gionta e Birra offrendo basi logistiche e appoggi per favorire il massacro dei fratelli Manzo. Uno dei delitti più feroci di quella faida di camorra.

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