Torre del Greco, niente scorta al super pentito: il figlio del boss rifiuta la protezione

Ciro Formisano,  

Torre del Greco, niente scorta al super pentito: il figlio del boss rifiuta la protezione

Ha deciso di rifiutare il programma di protezione. Di lasciare la località segreta nella quale ha vissuto per 8 lunghissimi anni restando comunque un collaboratore di giustizia. Domenico Falanga, pentito di primo piano della camorra di Torre del Greco e figlio del super boss Giuseppe, detto Peppe ‘o struscio, è uscito dal programma di protezione «al termine di un percorso di attiva collaborazione». A svelare il clamoroso e inedito retroscena è direttamente la Direzione Investigativa Antimafia. La nuova vita del boss pentito, infatti, è raccontata in poche righe, quelle racchiuse all’interno della relazione semestrale presentata dalla Dia in Parlamento nei giorni scorsi. Falanga, si legge nel documento, «ha spontaneamente rifiutato il programma di protezione» «per espiare la pena al regime della detenzione domiciliare». Una scelta inattesa che arriva a 8 anni esatti da quell’otto febbraio del 2013, il giorno in cui l’erede di Peppe ‘o struscio decise di voltare le spalle al clan firmando il primo verbale da collaboratore di giustizia.

I racconti del pentito

La prima di una lunga serie di rivelazioni che hanno consentito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli di ricostruire gli equilibri interni alla camorra di Torre del Greco e dell’intera zona vesuviana. Dall’alleanza tra i Falanga e i Di Gioia fino ai rapporti con gli Ascione e i Papale. E ancora i retroscena della guerra di camorra esplosa dopo la scissione che portò all’omicidio di Gaetano Di Gioia,  ritenuto per un periodo il braccio destro di Giuseppe Falanga. Per proseguire con l’affare racket, le imprese taglieggiate, i raid intimidatori, i delitti irrisolti svelati proprio grazie ai racconti, tra gli altri, dello stesso figlio del boss. Domenico Falanga, infatti, è stato condannato (con il riconoscimento delle attenuanti concesse ai collaboratori di giustizia) anche per il reato di omicidio aggravato dalle finalità mafiose.  Secondo gli inquirenti Domenico Falanga, noto negli ambienti criminali come “Mimì   a zagaglia” per un periodo, ha ricoperto un ruolo di vertice all’interno della cosca, organizzando e dirigendo il gruppo criminale specializzato in estorsioni e spaccio di sostanze stupefacenti. Un ruolo abbandonato nel 2013 all’indomani del mega-blitz innescato dall’inchiesta Reset, l’indagine dell’Antimafia che portò dietro le sbarre i vertici delle cosche attive sul territorio di Torre del Greco. Il suo pentimento, assieme a quello dell’altro rampollo della camorra Isidoro Di Gioia, ha rappresentato un colpo durissimo per le due consorterie criminali attive sul territorio.

Le nuove dinamiche

Domenico Falanga, a dispetto della scelta di rifiutare il programma di protezione, resta comunque un collaboratore di giustizia. La sua decisione – resa nota per la prima volta dalla relazione della Dia – viene innestata dagli inquirenti all’interno dell’analisi delle dinamiche della criminalità organizzata cittadina nel primo semestre del 2020. Secondo la Direzione Investigativa Antimafia, infatti, «l’assenza di elementi di spicco nel territorio ha indebolito il clan Falanga lasciando spazio a piccoli gruppi di affiliati e fiancheggiatori riconducibili allo stesso sodalizio ma non strutturati sotto forma di sistema così come era in passato». Una criminalità più fluida e specializzata, secondo gli 007, nel settore della vendita al dettaglio di sostanze stupefacenti. Piazze di droga che vengono rifornite, scrive la Dia, dagli affiliati del clan Ascione-Papale, clan con base a Ercolano ma con ramificazioni e interessi anche a Torre del Greco.

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