Casillo accusa i militari: Mi pentii per non morire

Ciro Formisano,  

Casillo accusa i militari: Mi pentii per non morire

Francesco Casillo, il boss dello spaccio del Piano Napoli di Boscoreale, è il testimone chiave del processo sul presunto patto scellerato tra Stato e camorra all’ombra del Vesuvio. Un intreccio di soldi, corruzione, ricatti, trattative e arresti pilotati che tra il 2007 e il 2009 avrebbe avuto come epicentro la caserma dei carabinieri di Torre Annunziata.

Ieri mattina Casillo, libero da circa un anno ma imputato per concorso in omicidio davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Napoli, è tornato in tribunale a Torre Annunziata.

L’ultimo atto di una deposizione fiume durata quasi due anni (tra rinvii e impedimenti di varia natura). Una deposizione nella quale Casillo ha raccontato i retroscena di quel presunto accordo criminale. Un patto nel quale vengono tirati in ballo arresti eccellenti e operazioni anti-droga. Incontri, trattative per la cattura di latitanti.

Dichiarazioni da prendere con le molle. Casillo è stato per un periodo un pentito prima di interrompere la sua collaborazione con la giustizia. Nell’ultima udienza il boss di Boscoreale ha parlato, in particolare, della figura di Sandro Acunzo, l’appuntato con il quale avrebbe imbastito le trame dell’accordo illecito finito prima all’attenzione dell’Antimafia e poi dei giudici. «Acunzo mi diede appuntamento sulle terre sul Vesuvio e io pensai che mi voleva uccidere poiché la cocaina che gli avevo fatto sequestrare era già stata distrutta. Quindi non mi presentai e decisi di iniziare a parlare con la Dda».

Da quei racconti nasce la controversa inchiesta che si è poi snodata in due diversi procedimenti penali. Il primo, con rito abbreviato a carico di 7 carabinieri, si è concluso con l’assoluzione – per i militari – a causa dell’intervenuta prescrizione.

Ma nelle motivazioni di quella sentenza i giudici parlano chiaramente di «condotte indicative di prassi di corruttela consolidate ». Che ci fosse il sospetto di un presunto patto tra il boss e le divise lo sottolinea anche la Cassazione nella sentenza di condanna definitiva emessa a carico di Giovanni De Caprio e Aniello Casillo (anche loro coinvolti nell’inchiesta assieme a 11 militari). Supposizioni e ombre sollevate anche nel corso della lunga deposizione resa in aula – in questi anni – da Casillo.

L’ex pentito ha raccontato di aver trattato con il clan Gionta – per conto dei carabinieri – per la cattura del killer di Marco Pittoni, il tenente ucciso a Pagani mentre provava a sventare una rapina. Di aver fatto sequestrare ingenti carichi di stupefacenti in arrivo dal Sud America, di aver aiutato le forze dell’ordine ad arrestare alcuni suoi nemici per l’affare spaccio e di aver corrotto i carabinieri per evitare l’arresto. Vicende il cui peso probatorio dovrĂ  essere ora valutato dai giudici del tribunale di Torre Annunziata. Una volta esaurita la lista dei testimoni, infatti, ci sarĂ  il verdetto di primo grado. Un verdetto che dovrĂ  scrivere l’ennesima pagina di questa storia.

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