Castellammare. Processo Sigfrido: chiesti tre secoli di carcere per i boss del clan D’Alessandro

Tiziano Valle,  

Castellammare. Processo Sigfrido: chiesti tre secoli di carcere per i boss del clan D’Alessandro

Il processo infinito è arrivato alle battute finali. E i 17 imputati – alcuni dei quali ritenuti figure apicali del clan D’Alessandro – rischiano condanne esemplari. In tutto oltre tre secoli di carcere, la somma delle durissime richieste di condanna formulate, nella sua requisitoria, dal pubblico ministero dell’Antimafia Giuseppe Cimmarotta. Il pm che indaga sugli affari della criminalità stabiese, ieri mattina nelle aule del tribunale di Torre Annunziata, ha ripercorso un pezzo di storia della camorra di Castellammare di Stabia. Legando i fili di quell’indagine dal nome altisonante (“Sigfrido”) – vecchia di oltre 20 anni – alle dinamiche attuali, agli schemi su cui si regge ancora oggi la cupola di uno dei clan più ricchi e potenti della criminalità campana. Un clan protetto dall’omertà e dalla paura. La stessa paura che secondo l’Antimafia avrebbe spinto i pentiti a fuggire dal processo: due collaboratori sono stati dichiarati incapaci di intendere e di volere, altri due hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere e un altro, invece, è morto ammazzato. Si tratta di Antonio Fontana, alias ‘o fasano, ucciso in un agguato ad Agerola nel 2017. Un delitto irrisolto sul quale incombe però l’ombra della vendetta da parte dei boss di Scanzano. «In una deposizione Fontana disse che i D’Alessandro avevano la memoria lunga», l’amara profezia rivelata dal pubblico ministero nel corso della requisitoria.

 

Il pm ha preferito non ripercorrere le tappe di quella vecchia indagine che tra peripezie e cavilli si trascina nelle aule del tribunale da due decenni. Ma di porre all’attenzione del collegio presieduto dal giudice Francesco Todisco le drammatiche analogie tra quella camorra spietata degli anni ’90 e quella di oggi. «Gli schemi sono sempre li stessi, allora come oggi. E’ cambiato poco, lo dimostrano le paure dei collaboratori». E ancora un excursus sulle dinamiche dei D’Alessandro. La linea gerarchica del clan, l’ordine «dinastico» per la successione del padrino. «Se c’è un D’Alessandro libero comanda lui». Sullo sfondo la storia di quell’inchiesta, il gruppo criminale guidato da Raffaele Di Somma e il ruolo dei così detti falsi pentiti. Un intreccio di storie, delitti, vendette e misteri.

 

Una storia cominciata fine anni ’90. Quando quell’indagine travolge una ventina di indagati vicini alla camorra stabiese. Le indagini dell’Antimafia, blindate dalle dichiarazioni «attendibili» di numerosi pentiti, reggono alla prova del processo. Gli imputati vengono tutti condannati, sia in primo che in secondo grado. Sembra fatta. Ma in Cassazione un cavillo fa crollare il castello della Dda. Una questione sulla competenza territoriale del giudice per l’udienza preliminare dell’epoca.Le condanne vengono annullate senza rinvio e le carte tornano alla Procura. Si ricomincia da capo. Scatta la richiesta di rinvio a giudizio. Due imputati, Luigi D’Alessandro e Antonio Elefante, scelgono l’abbreviato. Tutti gli altri optano per l’abbreviato

 

Da qui nasce il nuovo processo di primo grado giunto alle battute finali. Il pm ha chiesto condanne durissime. Trent’anni per Pasquale D’Alessandro e Raffaele Di Somma. Venti per Francesco Apadula, Antonino Esposito Sansone, Antonio Rossetti, Carmine Caruso, Alfonso Sicignano e Luigi Vitale. E ancora ventotto anni per Ugo Lucchese. E poi condanne dai sette ai diciassette anni di reclusione per gli altri. Gli imputati sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, spaccio e traffico di droga. Nella prossima udienza cominceranno le discussioni delle difese. Il collegio difensivo (composto dagli avvocati Antonio de Martino, Alfonso Piscino, Francesco Romano, Gennaro Somma) proverà a scalfire il castello di accuse eretto dalla Dda. Anche se sul processo incombe il rischio della prescrizione. Diversi capi d’imputazione fanno riferimento a reati vecchi di oltre vent’anni. Troppo tempo anche per accuse aggravate dal metodo mafioso.

CRONACA