Pizzo sulla droga, il pentito: «I pusher pagano il 10% ai D’Alessandro»

Ciro Formisano,  

Pizzo sulla droga, il pentito: «I pusher pagano il 10% ai D’Alessandro»

Chi comprava la droga dai D’Alessandro corrispondeva al clan una quota sul venduto. Chi voleva acquistare gli stupefacenti attraverso altri canali, invece, era costretto a pagare una tassa pari al 10% sul valore del carico da immettere sul mercato. Soldi, montagne di quattrini che il clan di Scanzano avrebbe reinvestito nell’usura, nel riciclaggio. Ma anche nel walfere della cosca. Pagando gli stipendi agli affiliati e ai detenuti finiti dietro le sbarre. E’ il ritratto del sistema spaccio a Castellammare racchiuso nei racconti di Renato Cavaliere, ex boss pentito della camorra stabiese. Cavaliere ha recentemente testimoniato nel processo “Domino”, la mega-inchiesta sull’affare droga messa insieme dalle indagini coordinate dal pubblico ministero Antimafia, Giuseppe Cimmarotta. Un’inchiesta finita al centro di un processo che vede alla sbarra figure di spicco della cupola criminale di Scanzano. Nella sua deposizione, resa in aula, Cavaliere ha svelato nei particolari come funzionava il “sistema” della droga in città. Raccontando, in numeri, l’enorme mole di denaro che solo da questa attività confluiva nelle casse della cosca. «Ogni mese incassavamo 400 o 500mila euro per la droga. Dipendeva dal volume degli affari. I soldi andavano a Michele, Luigi, Pasquale D’Alessandro. I capi famiglia». I D’Alessandro, racconta Cavaliere, hanno il controllo su tutte le piazze di spaccio, anche quelle attive in altre città limitrofe. «In qualsiasi quartiere che vendeva la droga, se non lo prendevano direttamente dall’organizzazione D’Alessandro, lo potevano prendere loro e ci davano il ricavato, ci davano la percentuale del 10%», un altro dei passaggi della deposizione resa dal pentito. Quei soldi finivano direttamente nel mani dei boss che li utilizzavano per le necessità comuni dell’organizzazione. «Dottò, c’erano soldi che si prendevano per fare, noi le chiamavamo “le mesate”, cioè le quote che davamo agli affiliati, ogni affiliato ogni fine mese prendeva una quota. Ci stava chi prendeva di più, chi prendeva di meno, a seconda il ruolo che avevano nell’organizzazione». Sotto il diretto controllo della cosca, fin quando il pentito è stato tra i referenti di spicco del clan, c’erano tutte le piazze di spaccio della città. Un dato, quest’ultimo, ancora attuale secondo l’Antimafia. Secondo la Dda, infatti, poco è cambiato e tutt’ora le piazze di spaccio attive sul territorio sono sotto il controllo del clan. Tutte, eccetto, quella del rione Moscarella, il quartiere del nuovo clan. «Aranciata Faito, nel Gesù, Santa Caterina, su questi quartieri – afferma Cavaliere – Cicerone. Cioè ogni quartiere c’erano affiliati che stavano sulla zona che gestivano droga e portavano soldi alla cassa, al clan, cioé al momento a chi dirigeva l’organizzazione. All’epoca c’era Vincenzo D’Alessandro».

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