Coni, Antonella Bellutti sfida Malagò: «Così cambierò il mondo dello sport»

Cristina Esposito,  

Coni, Antonella Bellutti sfida Malagò: «Così cambierò il mondo dello sport»

Antonella Bellutti lancia la sfida a Malagò nella corsa alla Presidenza del Coni. Donna e atleta, è la prima volta nei 107 anni di storia dello sport italiano. Per molti una scelta coraggiosa, non per lei che quel mondo lo ha vissuto con grande intensità in ogni sua sfaccettatura. Ora è pronta a mettersi in gioco, per dare voce a temi rimasti nell’ombra e rappresentare uno sport diverso, inclusivo, innovativo, meritocratico, basato su competenze e parità di genere.

Perché candidarsi?

«E’ un’idea maturata con la necessità di non volermi più sentire spettatrice passiva di fronte all’immobilismo rispetto a problemi che da sempre mi sono a cuore. Una scelta che riflette il mio impegno come attivista al fianco dell’Associazione Assist per i diritti delle atlete e delle donne nello sport ma è anche un modo per ricambiare la generosità con cui lo sport è sempre stato presente nella mia vita».

La sua carriera è iniziata molto presto.

«All’età di dieci anni mi sono innamorata dell’atletica leggera. Ho ottenuto subito risultati straordinari e mi sembrava scontato che il mio futuro fosse lì, finché non mi sono infortunata al ginocchio. Ho vissuto una profonda crisi perché ho iniziato a vedere lo sport con occhi diversi, cioè un mondo che non ti da tutele, ti segue giusto il tempo di capire che non sei più competitivo e ti abbandona».

Poi è arrivato il ciclismo

. «Dico sempre che è stato un incontro di serenità. Mi sono rigettata nell’agonismo ed in due anni ho vinto i giochi olimpici. Due medaglie d’oro, una ad Atlanta ’96 nell’inseguimento e l’atra a Sydney 2000 nella corsa a punti. Poi ho partecipato alle olimpiadi invernali come frenatrice di bob a Salt Lake City».

Atleta eclettica, ma anche il post-agonismo è stato ricco di esperienze.

«Docente, consulente, direttrice tecnica, dirigente e prima atleta eletta nella Giunta Nazionale del Coni grazie alla Riforma Melandri. E’ arrivato anche un momento in cui mi sono fermata per fare ordine. Il passaggio tra l’agonismo e non agonismo crea smarrimento e difficoltà, così ho ritrovato la mia serenità a contatto con la natura».

Ora sfida un ambiente maschilista.

«Sento la responsabilità di essere la prima candidata Presidente, Donna ed Atleta. Punto a tracciare un percorso il cui senso resterà come eredità a prescindere dal risultato. Fosse stato per De Coubertin che tanto celebriamo, le donne non avrebbero mai partecipato nemmeno alle competizioni».

Riforma dello Sport. Come la accolta?

«Ho grande fiducia ed ottimismo per questa azione. Si affrontano per la prima volta i temi del lavoro sportivo, del professionismo femminile e lo considero un grande primo passo. La mia vuole essere una candidatura di denuncia rispetto a ciò che non va ma anche propositiva per offrire soluzioni a problemi concreti. Va incoraggiata la collaborazione tra le istituzioni ed è per questo che bisogna adottare un decreto sulla Governance, l’unico non passato nella riforma. Bisognerà sedersi in maniera propositiva intorno ad un tavolo ed abbandonare l’atteggiamento del braccio di ferro».

Come valuta la mancata nomina di un Ministro dello Sport?

«Evidenzia il grande interesse che gravita attorno allo sport che è un mondo complesso fatto di persone, proposte, intrecci che richiedono una figura super partes. Credo che il Presidente Draghi voglia trovare una persona così, capace di dialogare ed affrontare i problemi con una visione globale e non personalistica».

Dunque, più competenze e meno improvvisazione?

«Assolutamente si. Lo trovo un aspetto fondamentale, come lo è anche il ruolo della scuola nell’avviamento alla pratica sportiva e la formazione di coloro a cui affidiamo i più piccoli. Non credo sia serio per una nazione che si definisce un’eccellenza sportiva avere una base che sopravvive grazie al caso di trovare persone che riescono a farti fare esperienze positive, o di trovare vicino casa le società che fanno attività che coincide con la tua passione».

C’è un problema strutture.

«Lo sport inteso come diritto di cittadinanza e quindi inclusivo ha bisogno di politiche adeguate a livello territoriale per garantire a tutti la possibilità di fare attività motoria sfruttando luoghi pubblici ed impianti. Poi, c’è il problema legato all’agonismo con impianti che mancano sul tutto il territorio nazionale. Io stessa sono stata costretta a trascorrere lunghissimi periodi all’estero per prepararmi in mancanza di un velodromo coperto. Inoltre, c’è il problema di accessibilità: è importante renderle fruibili ad abili e disabili. Lo sport è per tutti uno strumento di crescita ed a maggior ragione va valorizzato per chi nella sfortuna della vita può vedere in quest’esperienza la possibilità di realizzarsi e compensare quello che ha perso».

Perché il tema dell’omosessualità è un tabù?

«Lo è a causa dei valori con cui lo sport moderno è nato ed è stato gestito. Un mondo patriarcale che non esclude solo le donne, ma tutti coloro che non si conformano a quel modello. Per questo è riconosciuto che lo sport aiuti a consolidare quegli orientamenti che definiscono ciò che è maschile ed è femminile, ed è per questo che ad un uomo che fa sport si chiede vigore, forza aggressività , mentre una donna deve essere graziosa, gentile e praticare discipline ritenute e percepite femminili. Si pensa più alle forme che alla forma.

Cosa si aspetta da questa esperienza?

«Il mio desiderio più grande è fare in modo che i grandi temi del mondo dello sport oltrepassino i confini del feudo. Bisogna fare capire che lo sport non è gestito bene e proporre soluzioni affinché invece lo sia. Ciò che stiamo vivendo con la pandemia è drammatico: ci preoccupiamo di proteggerci dal virus, ma ci stiamo dimenticando dell’attività motoria e di quanti danni avremo per questo anno di inattività. Se non diamo allo sport la dignità che deve avere, inteso non solo come agonismo che ne è solo una parte e nemmeno la più importante, non avremo una società sana».

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