Castellammare. Operaio morì folgorato, annullata la condanna all’imprenditore

Tiziano Valle,  

Castellammare. Operaio morì folgorato, annullata la condanna all’imprenditore

Vincenzo Vuolo morì folgorato mentre assieme a un collega stava lavorando in un cantiere in via Schito, alla periferia di Castellammare. Suo cugino Antonio, titolare della ditta Carpenfer, a distanza di 12 anni da quella tragedia si è visto annullare la condanna a 3 anni incassata per omicidio colposo. La quarta sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Fausto Izzo, ha accolto parzialmente il ricorso presentato dalla difesa del trentaquattrenne stabiese, rispedendo gli atti alla Corte d’Appello che dovrà rideterminare la pena tenendo conto che uno dei capi d’imputazione (lesioni colpose) è ormai prescritto.Una sentenza che riporta alla mente il drammatico quel drammatico 16 febbraio 2009. Vincenzo Vuolo, trentunenne del rione San Marco, e il suo collega Giuseppe Di Martino, quarantatreenne di Vico Equense, sono a lavoro in via Schito e stanno caricando su un camion alcuni blocchi di cemento necessari per la costruzione di caselli autostradali sull’A3.

Entrambi sono dipendenti della Carpenfer Roma, società di Antonio Vuolo.Giuseppe Di Martino è nella cabina della gru e movimentando il braccio del mezzo finisce inavvertitamente contro il traliccio dei cavi dell’alta tensione. Vincenzo Vuolo in quel momento è sotto la gru e viene travolto dal cavo. Una scarica elettrica di oltre 60mila volt gli provoca bruciature sul 75 per cento del corpo. A evitare che potesse morire in quel momento è Giuseppe Di Martino che esce dalla cabina della gru e si lancia sul collega per provare a metterlo in salvo. Alla fine anche lui riporta ustioni sul 40 per cento del corpo.Entrambi vengono trasferiti d’urgenza all’ospedale Cardarelli di Napoli, ma nonostante i medici le provino tutte, Vincenzo Vuolo muore qualche giorno dopo, lasciando la moglie e una figlia di appena un anno. Dopo un lungo ricovero riesce invece a salvarsi Giuseppe Di Martino.La Procura della Repubblica di Torre Annunziata apre un’inchiesta sull’ennesima morte bianca e accerta che nel cantiere di via Schito non vengono rispettate alcune misure di sicurezza. Per questo motivo finisce a processo Antonio Vuolo con l’accusa di omicidio colposo (per la morte del cugino Vincenzo) e di lesioni colpose (per le ustioni riportate da Giuseppe Di Martino).

Una vicenda processuale che a distanza di 12 anni non si è ancora conclusa. Il titolare della Carpenfer Roma, infatti, ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d’Appello, che nel 2018 lo aveva condannato a 3 anni per omicidio e lesioni colpose. E i giudici, come detto, hanno accolto parzialmente il ricorso presentato dalla difesa di Antonio Vuolo perché nel frattempo è scattata la prescrizione per l’accusa di lesioni colpose. Adesso toccherà alla Corte d’Appello affrontare nuovamente la questione e rideterminare la pena.

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