Crollo di Torre Annunziata, la difesa dei due avvocati: «Zero prove contro Cuomo e Lafranco»

Ciro Formisano,  

Crollo di Torre Annunziata, la difesa dei due avvocati: «Zero prove contro Cuomo e Lafranco»

Un’arringa difensiva durata oltre 4 ore. Un lungo viaggio nell’inchiesta sulla strage del 7 luglio scorso. Una serie di atti inediti e contestazioni per provare a scardinare le convinzioni dell’accusa. E soprattutto per dimostrare che Massimo Lafranco e Roberto Cuomo, i due avvocati imputati, «non potevano sapere quello che stava avvenendo nel palazzo poi crollato». E dunque «vanno assolti con formula piena», come chiesto dall’avvocato Elio D’Aquino al giudice del tribunale di Torre Annunziata, Francesco Todisco. Uno degli ultimi atti del processo sulla tragedia di Rampa Nunziante, la palazzina crollata quasi 4 anni fa uccidendo 8 persone, tra cui due bambini. Una «ferita ancora aperta», come ripetuto dal pubblico ministero nella sua requisitoria. Per Cuomo e Lafranco l’accusa ha chiesto 9 anni di carcere a testa. Roberto Cuomo è imputato in quanto amministratore di condominio del palazzo. Lafranco nelle vesti di ex proprietario   dell’appartamento, ceduto a Gerardo Velotto, nel quale sarebbero stati realizzati i lavori che avrebbero (sostiene la Procura) determinato il crollo della palazzina.

«Minichini mente»

L’avvocato D’Aquino ha provato a smontare, punto su punto, le accuse contestate ai suoi assistiti. Per la posizione di Lafranco, in particolare, il legale ha sottolineato «l’inattendibilità», a suo parere, del testimone Mario Minichini. Testimonianza «poggiata sul rancore e sul risentimento» come «emerso chiaramente dal dibattimento», ha ribadito l’avvocato D’Aquino. «Minichini infatti era convinto che Lafranco, in una procedura esecutiva di cui si stava interessando, avrebbe tradito i suoi interessi», l’analisi del legale della difesa. Minichini, ritenuto invece credibile dalla Procura, aveva raccontato delle preoccupazioni di alcuni inquilini del palazzo in relazione al pericolo di crollo dell’immobile poco prima del crollo. D’Aquino ha provato a smentire quelle dichiarazioni portando all’attenzione dei giudici alcuni tabulati telefonici per dimostrare, al contrario di quanto affermato da Minichini, che  «Lafranco non venne mai chiamato da Cuccurullo», il funzionario del Comune morto nel crollo assieme alla sua famiglia. E che il testimone e l’imputato non si sarebbero «mai incontrati» dal primo giugno 2017 al giorno del crollo. E infine Lafranco – sottolinea la difesa – aveva venduto di fatto l’immobile al secondo piano a Velotto e non «era tenuto a sapere ciò che avveniva in quell’appartamento».

«Cuomo va assolto»

In merito alla posizione di Roberto Cuomo, invece, l’avvocato Elio D’Aquino, ha sottolineato che «non vi sono elementi per dimostrare la sua consapevolezza in merito ai lavori svolti da Velotto al secondo piano». Secondo la difesa Cuomo sarebbe venuto a conoscenza della situazione solo il 6 luglio, poche ore prima del crollo. «L’amministratore non poteva in quel momento fare niente di diverso che assicurarsi con i tecnici presenti che non vi fossero pericoli immediati, riservandosi di prendere nei giorni successivi gli opportuni provvedimenti richiesti dalla sua funzione». «Solo una giustizia che non tradisce il sacro compito che le è assegnato può rendere onore alla verità. Ed è solo il coraggio della verità a rendere onore alle vittime del crollo», le parole ripetute dall’avvocato D’Aquino prima di chiedere l’assoluzione dei due imputati. Nella prossima udienza proseguiranno le discussioni difensive che si chiuderanno agli inizi di aprile.  Poi toccherà ai giudici emettere la sentenza.

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