Castellammare. La “tassa” della camorra agli albergatori: pagavano 25mila € al mese

Tiziano Valle,  

Castellammare. La “tassa” della camorra agli albergatori: pagavano 25mila € al mese

Venticinquemila euro al mese dagli alberghi che ospitano turisti a Castellammare di Stabia e magari lavorano con le cerimonie. Mezzo milione di euro, una tantum, per gli imprenditori che invece vogliono fare un investimento nel settore turistico in città. Sono queste le “tasse” che ha imposto il clan D’Alessandro agli albergatori stabiesi nel corso degli anni. E’ quanto emerge dall’ultima inchiesta condotta dalla Procura Antimafia, che ha notificato cinque avvisi di conclusione indagini nei confronti del boss Vincenzo D’Alessandro, del suo braccio destro Paolo Carolei, dell’imprenditore Guglielmo Coppola, e dei pentiti Salvatore Belviso e Renato Cavaliere.

Sono diciannove gli episodi di estorsione contestati, tutti tra il 2006 e il 2009, che vanno da un minimo di diecimila euro fino a un massimo di cinquecentomila euro. A emergere è proprio l’attenzione maniacale dei D’Alessandro nei confronti degli operatori del settore turistico. La cosca di Scanzano bussa alla porta dell’imprenditore per imporre il pizzo sull’attività, durante i lavori di manutenzione o di ristrutturazione degli alberghi, e addirittura quando c’è una trattativa in corso tra i privati. In qualche modo deve guadagnare. Sempre. Comunque. Non è difficile capire perché da decenni si fatica a trovare imprenditori disposti a investire in una città dove lo sviluppo economico rappresenta una chimera e l’elenco delle attività dismesse si aggiorna di anno in anno.

Le poche pagine dell’avviso di conclusione delle indagini, firmate dal sostituto procuratore dell’Antimafia Giuseppe Cimmarotta, d’altronde, raccontano di imprenditori prelevati con una pistola alla tempia dagli emissari del clan e trascinati davanti ai boss, di vere e proprie incursioni dei camorristi all’interno delle imprese per imporre le estorsioni. Secondo gli investigatori, ad esempio, è accaduto che una decina d’anni fa, il boss Vincenzo D’Alessandro (oggi sorvegliato speciale) si sia fatto accompagnare da Renato Cavaliere e Catello Romano (due dei killer del consigliere comunale Gino Tommasino), in un albergo del centro cittadino.

E dopo aver parlato con il proprietario sia uscito con un accordo: l’imprenditore avrebbe pagato al clan 25mila euro al mese, consegnati a un parcheggiatore per non destare sospetti. Un affare da capogiro è stato realizzato anche per la trattativa tra due società per l’acquisizione di un altro hotel a Castellammare.

Il clan D’Alessandro ha incassato 500mila euro per la “mediazione” nella compravendita, il pizzo dalla ditta che ha eseguito i lavori, e anche la possibilità di fare soldi sistemando cartelloni pubblicitari sulle impalcature. Altri 120mila euro sono stati invece incassati da un altro hotel della zona collinare: 60mila euro dal proprietario che stava investendo per ammodernarlo, altri 60 dalla ditta che stava eseguendo i lavori. Estorsioni da capogiro, imprese svenate, nessuna denuncia, meno opportunità di lavoro e giovani costretti ad andare via per un futuro migliore. Il leit motiv di una Castellammare che a distanza di una decina d’anni dagli episodi contestati, non sembra affatto cambiata.

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