D’Alessandro, 16 arresti. Le intercettazioni dei boss: «Siamo i padroni della città»

Tiziano Valle,  

D’Alessandro, 16 arresti. Le intercettazioni dei boss: «Siamo i padroni della città»

«Salve, cosa ci fate nel parcheggio delle Terme? Chi siete?». «Cosa ci faccio qui? Io sono il padrone delle Terme. Ora andate via». Così Sergio Mosca, boss del clan D’Alessandro, rispondeva ai vigilantes che presidiavano gli stabilimenti dismessi del Solaro. Basterebbe questa intercettazione ambientale, captata dai carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata, per comprendere come la cosca di Scanzano avesse in pugno Castellammare, controllasse tutti gli affari illeciti, imponesse estorsioni senza nemmeno faticare troppo e arrivasse a mettere le mani sugli appalti pubblici. Le 746 pagine dell’ordinanza firmata dal gip del Tribunale di Napoli, Fabrizio Finamore, vanno a sommarsi alle decine di migliaia che da decenni raccontano come il clan D’Alessandro tenga sotto scacco le imprese, manipoli la pubblica amministrazione e imponga la sua legge con violenza e spargimento di sangue.

L’ultimo atto di questa sceneggiatura drammatica che vede Castellammare umiliata dalle vicende camorristiche, comincia dall’omicidio di Antonio Fontana, ex collaboratore di giustizia massacrato ad Agerola nel luglio 2017. Attraverso intercettazioni e pedinamenti gli investigatori, coordinati dal sostituto procuratore dell’Antimafia, Giuseppe Cimmarotta, riescono a ricostruire un sistema di estorsioni di cui sono vittime decine di imprenditori e a risalire a boss e gregari che muovono i fili degli affari criminali in città. Sedici gli arresti messi a segno dai carabinieri. Quindici in carcere.

Tra questi ci sono i vertici: Sergio Mosca, consuocero del padrino defunto Michele D’Alessandro, Giovanni D’Alessandro, cugino dell’attuale boss Luigi, e Antonio Rossetti, il pluripregiudicato che ha svolto il ruolo di reggente dal 2012 al 2015. Tutti e tre già dietro le sbarre dallo scorso giugno, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Ma ci sono anche le nuove leve, la terza generazione del clan D’Alessandro, rappresentata da Luigi, primogenito di Pasquale, figlio di Michele, che a dispetto dei suoi 23 anni è considerato dagli investigatori già particolarmente attivo negli affari della famiglia di Scanzano. Una cosca della quale fa parte, ormai da tempo, anche Vincenzo Gargiulo, genero di Sergio Mosca.

E addirittura dagli anni 90 personaggi di spicco come Ettore Spagnuolo e il costruttore Liberato Paturzo, che tornano protagonisti di episodi di estorsione. In carcere finiscono anche personaggi venuti alla ribalta in epoche più recenti come Antonio Longobardi, Carmine Barba, Nino Spagnuolo e Francesco Delle Donne, ritenuti fedelissimi di Scanzano. E figure come Umberto Cuomo, che aveva il compito di rintracciare il pentito (poi deceduto) Francesco Belviso per ammazzarlo; Luigi Biondi, accusato di custodire le armi del clan; Sabato Schettino, uomo fidato di Antonio Rossetti; Maurizio Alfonso Tito, il carrozziere abile a smontare auto rubate e intermediario di un’estorsione messa a segno ai danni di una vittima di un furto. Giovanni Izzo, l’unico per il quale è stata applicata la misura cautelare degli arresti domiciliari, è accusato invece di essersi fatto consegnare una pistola da Antonio Longobardi. Le accuse sono a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione continuata ed in concorso, detenzione illegale di armi comuni da sparo, reati tutti aggravati dalle finalità mafiose. Ventisette, in totale, gli indagati. A muovere le file dell’associazione criminale – tra il 2017 e il 2020, questo il periodo delle indagini – è Sergio Mosca che riceve tutti nel parcheggio delle Nuove Terme, quello che definisce il “suo ufficio”.

E da lì, in accordo con Giovanni D’Alessandro e Antonio Rossetti, ordina ai militari della cosca quali aziende devono essere taglieggiate, quanto e quando devono pagare. Le indagini condotte dai carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata hanno consentito l’emissione da parte del Gip presso il Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, di un decreto di sequestro preventivo relativamente a beni mobili (6 auto autoveicoli e 2 motocicli), immobili (2 appartamenti), rapporti finanziari (11 tra conti correnti, libretti di risparmio, depositi di titoli, carte di credito), imprese (3 nel settore della ristorazione, dell’edilizia e della somministrazione di alimenti e bevande) e quote di società (2 relative ad imprese edili), per un valore stimato di circa 6 milioni di euro.

CRONACA