Torre del Greco. Gli arresti dei giorni scorsi rappresentano solo un capitolo dello scandalo giudiziario che ha gettato una palata di fango sulla credibilità della politica a Torre del Greco. Voti venduti, voti comprati. Pacchi spesa, regali, promesse e posti di lavoro. Merce di scambio per pilotare le comunali del 2018, per inquinare la competizione democratica nella quarta città della Campania, nella città di Enrico De Nicola. Sinora le indagini condotte dalla procura di Torre Annunziata hanno portato alla luce due distinti gruppi – riconducibili ai candidati Stefano Abilitato e Mario Buono – che si sarebbero fatti largo alle urne investendo soldi e promesse per comprare i voti degli elettori. «Cambiali elettorali», le chiamano nella richiesta di arresto i pm Giuseppe Borriello e Bianca Maria Colangelo, i magistrati che assieme al procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli hanno imbastito le trame dell’inchiesta. Ma non è finita qui. L’indagine sul «vile mercimonio» che secondo i giudici ha caratterizzato l’ultima tornata elettorale all’ombra del Vesuvio è ancora in corso. E sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti ci sono almeno altre cinque gruppi, cinque candidati che avrebbero beneficiato dei “servigi” dei vari sodalizi che «sfruttando la endemica crisi occupazionale della città e la situazione di povertà e disagio economico» hanno condizionato il voto. Lo dice a chiare lettere Giovanni Massella, il figlio di un boss del clan Ascione-Papale ucciso in un agguato nel 2003. Massella è stato il capo dei netturbini pentiti che hanno inchiodato sia Magliacano (il commercialista che sponsorizzava i politici) sia Abilitato e Buono, i due candidati poi eletti. «Dottore, non eravamo solo noi a comprare i voti – il succo della dichiarazione resa da Massella nel 2018 – Era una gara. Perché fuori al seggio di corso Garibaldi, il giorno delle elezioni, erano attivi almeno sette gruppi riconducibili a vari candidati». Parole che lasciano aperta l’ipotesi – fondata – che il fascicolo sia ancora aperto. Un fascicolo chiamato a ricostruire i contorni di una vicenda «indegna per un paese civile», come scrive il gip nell’ordinanza notificata nei giorni scorsi dai carabinieri di Torre del Greco. E di voto pilotato parlano anche i giudici che hanno firmato le sentenze di condanna per i protagonisti dell’altra indagine – quella su Abilitato – sottolineando a più riprese la diffusione capillare del fenomeno in quasi tutti gli schieramenti. Un copione che – secondo alcuni indagati – si ripete da anni a Torre del Greco. Uno spaccato inquietante al quale lavorano gli inquirenti. Alcune prove già ci sono. Come le foto scattate nei seggi e acquisite agli atti dell’inchiesta. Foto fatte nella cabina elettorale che mostrano i voti ad altri candidati a quelle elezioni sinora non sfiorati dallo scandalo giudiziario. Una inchiesta ignorata, in questi giorni, dalla politica. Zero commenti, zero reazioni. A parte la difesa del sindaco. E oggi c’è il consiglio comunale. Il primo senza Buono, l’ultimo politico indagato per lo scandalo del voto di scambio all’ombra del Vesuvio.

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