Il killer di Galasso prese a schiaffi il boss Cesarano per difendere il capoclan di Afragola

Andrea Ripa e Ciro Formisano,  

Il killer di Galasso prese a schiaffi il boss Cesarano per difendere il capoclan di Afragola

È cresciuto nell’ombra di due boss ricchi e potenti. Due padrini che hanno scritto alcune delle pagine più nere della camorra campana. Da un lato Pasquale Galasso, l’ex dottore che alla strada della medicina ha preferito quella del crimine. Dall’altro Angelo Moccia, boss di Afragola e fondatore di un clan che tuttora gestisce affari milionari in giro per il mondo. In mezzo lui, Rosario Giugliano, alias ‘o minorenne, ex killer della Nuova Famiglia, oggi a capo di un sodalizio criminale che aveva l’obiettivo di prendere il controllo di Poggiomarino. Si era guadagnato sul campo la fiducia di quei padrini. E non solo con gli omicidi e la sfilza si reati che gli sono costati 227 anni di carcere e un periodo persino una detenzione al 41-bis. L’episodio che secondo l’Antimafia dà il senso dello spessore criminale del nuovo-vecchio boss di Poggiomarino riguarda un altro storico padrino della camorra vesuviana. Si tratta di Ferdinando Cesarano, boss di Castellammare di Stabia e fondatore della dinastia criminale che ancora oggi detta legge nel settore delle estorsioni nella cerniera che unisce Castellammare, Torre Annunziata e Pompei. Cesarano, dicono i pentiti, fu schiaffeggiato in carcere da Rosario Giugliano. Il motivo? Il boss di Ponte Persica aveva criticato la decisione di Angelo Moccia, boss di Afragola, che decise di dissociarsi. Una scelta che il padrino stabiese avrebbe paragonato ad un pentimento. «Un’infamità», hanno raccontato alcuni collaboratori di giustizia. Così la definì il capo di Ponte Persica, criticando duramente il padrino di Afragola a cui il killer di Poggiomarino era molto legato. Uno sgarro per ‘o minorenne pronto a sfidare il super boss dietro le sbarre. Un pestaggio che Cesarano avrebbe voluto vendicare «sterminando l’intera famiglia di Giugliano». A quel punto Moccia reagisce. «Fece sapere a Cesarano che se avesse toccato la famiglia del minorenne gli avrebbe distrutto persino i bambini nella culla» racconta in un verbale del 2014 il pentito Sandro Contaldo. Dichiarazioni finite al centro dell’inchiesta che lunedì mattina ha portato all’arresto di 26 persone. Un’indagine capace di far luce sulle mire di Giugliano sul territorio vesuviano. Una zona rimasta orfana dei suoi padrini (dopo la morte di Raffaele Cutolo e Mario Fabbrocino). Sono tre i pentiti capaci di raccontare la «vendetta» di Giugliano, arrivato a schiaffeggiare Cesarano nella «gabbia» del tribunale di Salerno per difendere Moccia. Nel corso degli anni Salvatore Scafuto, proprio del clan Moccia, Sandro Contaldo di Pagani e Alfonso Loreto di Scafati, questi ultimi riferimenti delle cosche del salernitano, ai magistrati hanno raccontato quello che era successo. «Cesarano era contrario alla dissociazione di Moccia, lo accusò di essere un infame e quasi un pentito. Rosario o’ minorenne autonomamente picchiò Cesarano durante un processo. Ecco perché Moccia a Giugliano lo ha sempre aiutato economicamente», si legge in un verbale del 2015. «Mi chiesero di ammazzarlo nel 2010 per la lite che era avvenuta anni prima», rivelerà Loreto all’Antimafia nel 2017. Un delitto mai consumatosi per gli arresti ordinati di lì a poco proprio a carico di Loreto e di Nicola Esposito.

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