Immobilizzato e pugnalato sul cofano dell’auto, così le belve hanno ammazzato Maurizio

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Immobilizzato e pugnalato sul cofano dell’auto, così le belve hanno ammazzato Maurizio

Il blitz è scattato nel cuore della notte. A tre giorni dal folle massacro di Torre Annunziata, i presunti assassini di Maurizio Cerrato  hanno un nome e un cognome. Si tratta di Giorgio e Domenico Scaramella, Antonio Cirillo e Antonio Venditto. Sono tutti indagati e accusati di concorso in omicidio aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi. Sono tutti destinatari del provvedimento di fermo firmato dal Procuratore Nunzio Fragliasso, dal pm Giuliana Moccia ed eseguito, all’una di notte, dai carabinieri della compagnia di Torre Annunziata. Sono tutti in carcere, a Poggioreale, in attesa dell’udienza di convalida che dovrebbe celebrarsi lunedì mattina.

La ricostruzione

Nel provvedimento viene ricostruita, passo passo, attraverso i racconti di Maria Adriana – la figlia della vittima – la terrificante dinamica di quella che gli inquirenti definiscono senza mezzi termini una «vera e propria spedizione punitiva». Tutto comincia – secondo quanto ricostruito dalla Procura – alle 18 e 50 di lunedì pomeriggio. Maria Adriana esce dall’ufficio nel quale lavora come social-media-manager. Alle 15 e 20 ha parcheggiato la sua auto nei pressi del civico 71 di via IV Novembre. Per parcheggiare la ragazza è costretta a spostare una sedia con sopra una pietra piazzata su uno spazio pubblico, a fianco ad un posteggio riservato ai portatori di handicap. Maria Adriana si accorge che qualcuno le ha bucato il pneumatico anteriore destro della sua auto. «Trovavo ingiusto questo modo di fare e ho deciso di spostare la sedia e parcheggiare ugualmente», un passaggio della dichiarazione resa dalla ragazza agli inquirenti subito dopo l’omicidio di suo padre. Dieci minuti dopo – alle 19 circa – sul posto arriva Maurizio. Maria Adriana lo ha chiamato per farsi aiutare a cambiare la ruota dell’auto squarciata. La ragazza decide di poggiare la famosa sedia su un’altra macchina e il mattone davanti al portone di quel palazzo. E’ qui che comincia l’inferno. Secondo l’accusa una donna (che non è tra le persone indagate per l’omicidio) assieme a Giorgio Scaramella, avrebbe incominciato a inveire contro la ragazza. «Lei mi picchiava e lui ha aggredito mio padre». Giorgio Scaramella – stando al racconto della figlia della vittima – a questo punto avrebbe colpito al volto Maurizio con un cric, ferendolo al sopracciglio. Maurizio prova a reagire e nella colluttazione rompe gli occhiali di Giorgio Scaramella. Sembra finita qui. Maurizio, nonostante abbia avuto la peggio, si offre di ricomprare gli occhiali rotti. E addirittura si mette alla ricerca delle lenti cadute a terra nel corso dello scontro. A questo punto però si consuma il secondo atto dell’aggressione. Giorgio Scaramella non batte ciglio si allontana e ritorna sul luogo dello scontro qualche minuto dopo. Successivamente – secondo la Procura – arrivano anche altre tre persone: Domenico Scaramella, Antonio Cirillo e Antonio Venditto. I quattro, sempre secondo le accuse, avrebbero scaraventato il povero Maurizio sul cofano di un’auto. In tre lo immobilizzano, uno addirittura gli tiene fermi i piedi. Mentre un altro degli assassini tira fuori il coltello conficcandolo nel petto del sessantunenne di Torre Annunziata. Un’estrema punizione per colpire Cerrato e sua figlia «colpevoli», la tesi degli inquirenti, di aver contestato la «supremazia della famiglia Scaramella nella zona».  Il racconto di Maria Adriana, per i pm, è «coerente ed esente da contraddizioni».

Il silenzio dei testi

Al contrario delle dichiarazioni rese da 3 persone che hanno assistito alla scena. Tre testimoni oculari che però si sono trincerati nel silenzio, raccontando di aver assistito alla prima aggressione ma di non aver essere in grado di riconoscere chi ha partecipato al secondo capitolo dell’agguato conclusosi con la morte del povero Maurizio. Dichiarazioni che la Procura definisce, nel decreto di fermo, «reticenti e omertose».

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