Rifiuti e mazzette a Torre del Greco, in aula le falle delle indagini su Borriello & company

Alberto Dortucci,  

Rifiuti e mazzette a Torre del Greco, in aula le falle delle indagini su Borriello & company
L'ex sindaco Ciro Borriello in aula

Torre del Greco. Cinque ore di udienza costellate da una raffica di «non ricordo» e da una serie di contraddizioni capaci di minare l’intero impianto accusatorio costruito in cinque anni di indagini. Con le difese dei quattro imputati eccellenti per lo scandalo della «monnezza connection» all’ombra del Vesuvio pronte a rintuzzare le accuse messe in fila dalla procura di Torre Annunziata. Il primo round del 2021 del processo a carico dell’ex sindaco Ciro Borriello e dei vertici della ditta Fratelli Balsamo – tutti arrestati il 7 agosto del 2017 – ha regalato diversi colpi di scena, ora destinati a finire sotto i fari del collegio presieduto dal giudice Gabriella Ambrosino. Chiamato a valutare le due contrapposte versioni dell’inchiesta-chiave della storia politica di Torre del Greco.

Assente il maggiore

Il dibattimento si è aperto con l’assenza del maggiore Giuseppe Campobasso, il coordinatore delle indagini sul presunto giro di mazzette da 20.000 euro al mese incassate da Ciro Borriello dagli amici della «ditta di casa» di viale Europa per la gestione del business-rifiuti. L’ufficiale della finanza – in fuga dall’aula del tribunale di Torre Annunziata dal 4 dicembre 2020, quando concluse la prima parte dell’interrogatorio con l’impegno di tornare «preparato» su tutti gli aspetti della vicenda in una seconda occasione – ha giustificato la mancata presentazione con improrogabili attività di indagini a Milano, dove oggi presta servizio. Regolarmente presente, invece, il brigadiere Gioacchino Setola.

L’interrogatorio fiume

L’unico testimone si è sottoposto a un contro-interrogatorio di circa 5 ore, durante cui la difesa di Ciro Borriello – rappresentata dall’avvocato Maurizio Paniz e dall’avvocato Giancarlo Panariello – ha provato a ricostruire i fatti, partendo dalla «genesi» dell’inchiesta. Ovvero, la somma di 11.000 euro trovata a casa del chirurgo plastico di via del Monte – mai caduti in sequestro – e il «collegamento» effettuato dalla guardia di finanza con Massimo Balsamo, sulla cui auto venne installato a 5 mesi di distanza, un rilevatore di posizione. Sul cui funzionamento il brigadiere della finanza si è contraddetto in vari momenti dell’udienza, in particolare in relazione ai mancati interventi in tempo reale durante gli «incontri carbonari» organizzati da Ciro Borriello e i vertici della ditta Fratelli Balsamo in via Panoramica: «Visto il monitoraggio con telecamere e gps e considerata la ridotta distanza tra la stazione della finanza e via Panoramica, perché non siete intervenuti in flagranza di reato?» la domanda rimasta senza una risposta certa e univoca. Così come i dubbi sulle ragioni per cui gli investigatori avessero ipotizzato il reato di falso – successivamente cancellato dal Riesame e poi archiviato – in relazione all’emergenza sanitaria registrata in città a gennaio del 2015, a pochi giorni dal passaggio di cantiere tra Ego Eco e Fratelli Balsamo. Singolare, poi, la circostanza – evidenziata dalla difesa – in merito ai controlli effettuati dai finanzieri per 4 lunedì di fila, in un giorno in cui la raccolta dei rifiuti non era prevista dal capitolato.

Il fruscio dei soldi

Ma il vero colpo di scena si è avuto sul «fruscio di soldi» costato l’arresto a Ciro Borriello. Davanti alla perizia del tecnico del tribunale – secondo cui si trattava di sfregamento di fogli – il brigadiere della finanza ha sottolineato come le informative parlassero di «rumore simile a soldi e non di soldi». Un dettaglio non propriamente di secondo piano.

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