Pompei, la tragica morte di Grazia: l’inferno e le ombre, il giallo delle ultime ore

Salvatore Piro,  

Pompei, la tragica morte di Grazia: l’inferno e le ombre, il giallo delle ultime ore
Via Carlo Alberto a Pompei

Pompei. Grazia è sprofondata nell’abisso il giorno prima del suo compleanno. Un inferno dentro il quale si agitano mille ombre e poche certezze. La prima: la ragazza è deceduta nel tragitto verso l’ospedale dopo un disperato tentativo di strapparla alla morte. La seconda: i medici non giudicano mortali le tre ferite riscontrate all’addome, che sono superficiali, e ovviamente non giudicano fatali nemmeno le fratture a entrambe le caviglie. La terza: al San Leonardo di Castellammare starebbero verificando i segni di un rapporto sessuale, anche se non è possibile, almeno per ora, stabilire a quanto tempo prima della morte risalgano. La quarta: la borsa scura della ragazza ritrovata sul davanzale di una finestra spalancata al quarto piano, le forbici da cucina e un paio di occhiali, saranno certamente elementi determinanti per ricostruire le ultime ore di vita di una ragazza bellissima e fragile finita in un buco nero che ha scosso Pompei in un pomeriggio di dolore. L’ultima persona che l’ha vista viva racconta che s’è infilata nel portone di uno stabile del condominio «La Salle» al civico dodici di una traversa di via Carlo Alberto a poco più di cento metri dalla Basilica della Madonna. Davanti a lei il cliente di uno studio professionale. Qualche attimo prima, Grazia aveva tentato di infilarsi nel palazzo di fronte, ma s’era fermata davanti al portone chiuso. Conosceva la zona perché lì prendeva lezioni private, dice un parente. Era pomeriggio inoltrato. Poi, il nulla: niente grida, nessun rumore, nessun movimento strano su è giù per quella traversa che si biforca in due parchi distinti. L’allarme lo lanciano due uomini che arrivano nei garage del parco alla fine della piccola discesa chiusa da un cancello. Grazia è riversa a terra, respira ma è in condizioni gravissime. Sul posto arriva una pattuglia della polizia, poi una dei carabinieri, la macchina dei soccorsi che scatta immediatamente non salverà la vita della ragazza. I minuti che seguono la sirena dell’ambulanza che s’allontana in direzione di Castellammare sono una ridda di voci e di ipotesi. La folla attonita ai piedi del palazzo resta in silenzio, alcuni vengono avvicinati dai militari che riempiono pagine di testimonianze in cerca della verità. Nessuna ipotesi viene scartata: lo stupro, le coltellate all’addome, un barbaro massacro, poi, lentamente, si fa largo l’ipotesi del suicidio.

Dall’ospedale confermano che le ferite all’addome non hanno causato la morte, anzi, sospettano che Grazia potrebbe essersele inflitte da sola, magari con quelle forbici che spuntano dalla sua borsa ritrovata al quarto piano del palazzo. Forse s’è lanciata nel vuoto, Grazia, anche se i medici non si sbilanciano né sull’emorragia interna né sul trauma cranico. Aspettano l’autopsia per confermare la causa del decesso. I segni del rapporto sessuale potrebbero risalire a qualche ora prima, ma in ogni caso non si tratterebbe di una violenza. L’ipotesi del suicidio prende corpo ora dopo ora, mentre i testimoni vengono ascoltati e in caserma arrivano, affranti, i genitori della ragazza. Confermano che da giorni s’era chiusa in se stessa, che non usciva, che attraversava un periodo difficile. Un racconto che non chiude la vicenda, o almeno che lascia molti aspetti da chiarire. I carabinieri ai quali la procura ha delegato le indagini stanno tentando con tutte le forze di ricostruire le ultime ore della ragazza. Hanno la necessità di comprendere se ha incontrato qualcuno e soprattutto il motivo più plausibile di un gesto estremo che lascia l’amaro in bocca e la tristezza nel cuore. Grazia Severino sorride nelle sue immagini postate su Facebook e a sera sulla sua bacheca social compaiono i primi messaggi. «Voglio ricordarti sempre così, sorridente e bellissima ». Poi un cuoricino rosso per dirle addio. Fuori casa sua, proprio all’ingresso di Pompei, in via Plinio, gli amici si radunano per un addio silenzioso. Due, quattro, dieci, venti. Qualcuno piange, altri si abbracciano, una ragazza non si dà pace: «Forse non abbiamo capito il suo dolore atroce».

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