Gionta, il clan paga il vitalizio ai boss sepolti al 41-bis

Ciro Formisano,  

Gionta, il clan paga il vitalizio ai boss sepolti al 41-bis

Vivono da sepolti vivi. Il loro mondo è una stanza di pochi metri quadrati zeppa di telecamere. Hanno deciso di pagare così la loro fedeltà ai folli codici della camorra. Buttando via la loro vita pur di non cambiare strada. Ma non è solo una questione d’onore. Perché anche al 41-bis un boss è sempre un boss. E anche se non può più comandare riceve comunque qualcosa in cambio dei servigi offerti alla cosca. Una sorta di pensione per il 41-bis, il temuto carcere duro che in questi ultimi decenni ha rappresentato uno dei baluardi della lotta alle mafie. Un sospetto che emerge tra le pieghe di un’ordinanza firmata dal tribunale di sorveglianza di Roma a gennaio del 2020. Ordinanza che ha come protagonista un camorrista del clan Gionta di Torre Annunziata. Si chiama Umberto Onda, ex sicario di Palazzo Fienga, esponente di spicco del commando di fuoco messo insieme dagli eredi di Valentino Gionta all’alba del nuovo millennio. Onda è in carcere da 11 anni. Da quando è stato arrestato da latitante a Brindisi perché condannato a 17 anni per associazione mafiosa ed altri delitti. Nel frattempo ha incassato due ergastoli, l’ultimo per l’omicidio di una donna, Anna Barbera, assassinata per aver sputato in faccia ai killer di suo figlio. Un curriculum criminale a dispetto del quale il boss ha chiesto la revoca del regime penitenziario del 41-bis portando all’attenzione dei giudici anche le sue condizioni di salute e i presunti disturbi comportamentali di cui sarebbe affetto. Richiesta che però il tribunale di sorveglianza ha respinto, sia alla luce del passato di Onda che sulla scorta delle recenti informative firmate dalla Direzione Nazionale Antimafia, dal Ministero dell’Interno e dal comando generale dell’Arma dei carabinieri. Elementi che dimostrerebbero, secondo i giudici, la pericolosità sociale del capoclan e la sua capacità – se fuori dal circuito del carcere duro – di riprendere in mano le redini del clan o quando meno di riallacciare i legami con la nuova cupola dei Valentini. Un clan, i Gionta, vivi e vegeti secondo sia il tribunale di sorveglianza che stando a quanto scrivono i giudici della Cassazione. Onda, infatti, ha impugnato quel verdetto innanzi alla Suprema Corte che si è espressa a fine 2020 con un provvedimento le cui motivazioni sono state però depositate qualche settimana fa. E tra l’altro nella sentenza firmata dalla Cassazione emergono alcuni dettagli rispetto alla precedente pronuncia del tribunale di sorveglianza. Soprattutto in relazione alla presunta sproporzione tra i redditi e il tenore di vita delle persone libere vicine al boss. Un dato – scrivono i giudici della Cassazione nelle sette pagine del provvedimento – «che induce a sospettare che i familiari del ricorrente fruiscano di risorse occulte loro garantite, in ossequio ad un cliché da tempo noto alle cronache giudiziarie, dall’associazione di appartenenza del congiunto, che riserva in favore dei parenti dei sodali detenuti una quota dei proventi realizzati grazie all’attività illecita posta in essere». Secondo i giudici, dunque, non è escluso che il clan paghi anche i boss al carcere duro. Un’ipotesi che si fonda su alcuni precedenti finiti al centro di inchieste su altri clan campani. Uno su tutti: l’indagine sul vitalizio che la camorra avrebbe pagato ai killer del giornalista Giancarlo Siani, cronista che scriveva da Torre Annunziata e che fu ucciso, nel 1985.

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