Da baby rapinatore ad assassino, il pentito Rapicano: «Vi racconto i miei vent’anni al servizio della camorra»

Ciro Formisano,  

Da baby rapinatore ad assassino, il pentito Rapicano: «Vi racconto i miei vent’anni al servizio della camorra»

All’anagrafe, Pasquale Rapicano, ha 41 anni appena. Ma di vite ne ha vissute mille. Quasi tutte nere. Rapinatore, spacciatore, estorsore, assassino, camorrista, trafficante di droga. E alla fine collaboratore di giustizia. «L’ho fatto per i miei figli», racconta in uno degli ultimi verbali resi ai magistrati dell’Antimafia. Dichiarazioni che oggi rappresentano il grimaldello per scardinare lo scrigno dei misteri della camorra stabiese. Una chiave che ha già consentito agli inquirenti di colpire al cuore la cupola del clan D’Alessandro. Racconti già finiti al centro di diverse inchieste che vedono indagati o imputati killer, boss e colletti bianchi della criminalità organizzata di Castellammare di Stabia. «Ho deciso di collaborare con la giustizia per cambiare vita e per i miei figli. La decisione è maturata dopo la condanna all’ergastolo per l’omicidio Scelzo, ma già da tempo avevo in animo di cambiare strada», racconta il pentito. Nel 2019, infatti, Rapicano è stato condannato all’ergastolo per il massacro di Pietro Scelzo, ucciso nel 2006 nei pressi del quartiere Santa Caterina. Poco dopo la sentenza firmata dalla Corte d’Assise d’Appello di Napoli l’ex sicario di Scanzano è stato arrestato ed ha chiesto di poter parlare con l’Antimafia. «Dopo quel verdetto scappai in una zona isolata, avevo paura che potessero uccidermi», racconterà ai pm l’ultimo pentito della camorra stabiese. Una scelta arrivata al termine di una lunga carriera criminale. Quasi vent’anni spesi al servizio della camorra. Da scugnizzo a bandito. Poi affiliato pronto a tutto per il clan. Anche ad uccidere. «Sin da piccolo ho militato nel clan D’Alessandro – dice Rapicano – facevo le rapine e ho sempre fatto parte del clan. Non ho mai tradito e non sono mai stato interessato ai soldi». La figura chiave della vita da camorrista di Pasquale Rapicano è una sola: Luigi D’Alessandro, il boss che assieme a suo fratello Michele ha fondato, diretto e costruito una delle cosche più ricche e potenti dell’intero panorama criminale campano. «Veneravo Luigi D’Alessandro, gli facevo da scorta ogni domenica, quando doveva firmare». Rapicano in questi anni da collaboratore di giustizia ha ammesso di aver ucciso per il clan, ha fatto i nomi e i cognomi dei boss. Ha aiutato gli inquirenti a ricostruire la cupola di Scanzano, la linea gerarchica del clan, le strategie imprenditoriali. Ha presentato ai pm la lista degli imprenditori collusi con la camorra. L’inizio di una nuova vita. L’ennesima per quell’uomo che ha dedicato alla camorra gran parte della sua esistenza.

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