Viaggio tra i ristoratori che sfidano la crisi, Casa Caponi di Torre Annunziata: «Il lavoro è ossigeno, diamo un calcio alla paura»

Andrea Ripa,  

Viaggio tra i ristoratori che sfidano la crisi, Casa Caponi di Torre Annunziata: «Il lavoro è ossigeno, diamo un calcio alla paura»

Le citazioni del grande Totò sui muri del ristorante hanno ripreso vita. Come lo schermo in fondo alla stanza che ripropone spesso la scena della lettera che il “principe della risata” scriveva assieme a Peppino in uno dei film più famosi della coppia d’artisti più esilarante del panorama cinematografico italiano. Si riaccendono le luci nelle sale interne del ristorante pizzeria Casa Caponi di Torre Annunziata. Uno dei tanti locali che prova a tenere la barra dritta dopo lo tsunami causato dall’emergenza sanitaria che ora con fatica stiamo provando a metterci alle spalle. Se il 50% dei locali del Mezzogiorno è destinato a chiudere, a Casa Caponi c’è chi come Vincenzo Pagano che crede nel rilancio di un settore fortemente penalizzato dalle indiscriminate chiusure degli ultimi mesi. Guardare Totò e Peppino che scrivono a Dorian Gray, la Marisa Florian del film con la «Malafemmina», strappa un sorriso anche a lui che negli ultimi mesi ha affrontato la fatica di dover portare avanti un’attività senza poter contare su alcun tipo di entrata. Uno stress enorme che ha camminato di pari passo con la sfiducia e l’ansia di non poter più salire i gradini di quel locale  situato sul corso principale di Torre Annunziata. «E’ stato un periodo tremendo», confessa il titolare del locale mentre i chef e camerieri ai suoi ordini gli chiedono i consigli. In sala c’è anche Tony, inseparabile collaboratore di Vincenzo Pagano. E’ lui ad accogliere chiunque varchi la porta di ingresso del ristorante. Una ventata d’allegria dopo il dolore e le paure degli ultimi mesi. La riapertura delle sale interne è una boccata d’ossigeno che arriva mentre il Paese prova a rialzarsi.  Lentamente sta provando a rimettersi in moto anche il settore del food, una delle eccellenze italiane. Una coppia seduta in giardino a consumare un piatto di pasta è un lieve segnale di ripartenza. Anche se la strada è ancora molto lunga dopo un pit-stop durato troppo. «I mesi del lockdown totale sono stati forse i più difficili, abbiamo vissuto alla giornata. E continuiamo a farlo adesso. – rivela l’imprenditore – La paura di non farcela era il sentimento predominante. Il rischio di non tornare a lavoro ci ha fatto compagnia per mesi, non abbiamo mollato», spiega Vincenzo Pagano. Indossare il camice bianco e rimettersi ai fornelli è stata una nuova conquista. Una ripartenza dopo quella del 2017 che ha consentito all’imprenditore oplontino e ai suoi collaboratori di poter credere ancora in qualcosa. «Oggi aprire il cancello di Casa Caponi è una dimostrazione di forza quotidiana. Ci stiamo riprendendo quello che abbiamo rischiato di perdere a causa della pandemia. Ma l’ansia di doverci fermare ci tiene sempre sull’attenti», racconta l’imprenditore. «L’auspicio per il futuro è quello di poter tornare quanto prima alla normalità. Anche se il nostro modo di lavorare è inevitabilmente cambiato. Forse è l’unica cosa positiva che ci ha ha lasciato questo virus, i vecchi metodi di ristorazione e di fare imprese in questo campo sono stati messi da parte. Ora si apre una fase nuova per tutti». Anche per quelle dieci famiglie che hanno rischiato di finire in strada quando il virus ha seminato morte e terrore pure a Torre Annunziata. «Certo è stato difficile. Non sempre s’è tenuto conto degli enormi costi che una struttura come questa deve gestire. Le chiusure sono state una mazzata. Non potevamo mandare a casa dieci persone da un giorno all’altro, sarebbero state dieci famiglie sul lastrico. Ecco perché ci siamo reinventati attraverso l’asporto e il delivery, servizi  che prima non offrivamo». Ma prima di “festeggiare” per le riaperture anche delle sale interne c’è stato da lottare. Per mesi. Quello della ristorazione resta il campo che probabilmente ha subìto il maggior numero di protocolli cambiati in corso d’opera. Uno dietro l’altro. Creando confusione nei ristoratori, ma anche nei clienti stessi. «Che i decreti abbiano creato confusione è un dato oggettivo. Come lo è il fatto che ancora oggi si vive un’incertezza su questo settore senza precedenti. Mi rendo conto tuttavia che questo problema è stato difficile per tutti. Anche per chi ha il dovere di prendere le decisioni. Noi possiamo solo stare più attenti. Alla salute nostra e dei nostri clienti. Anche per questo siamo molto scrupolosi. Ne va della nostra vita pure». Un segnale di forza e di resilienza da parte di chi ha scelto di investire in un territorio che con fatica prova a mettere da parte le etichette di città stritolata dalla criminalità organizzata e dalla malapolitica. Spesso due facce di una stessa medaglia che fino a oggi hanno oscurato anche le cose belle di un territorio magnifico. Anche i sacrifici di chi ogni mattina prova a proporre qualcosa di nuovo. «Io sono un imprenditore di Torre Annunziata, amo la mia città. Ho scelto di investire qui e non farlo altrove. Voglio rilanciare la mia terra, anche attraverso questo locale. Torre deve provare a riemergere perché questa non è solo la città delle bombe, della camorra e della malapolitica. – conclude Pagano – Spesso si parla solo di questo aspetto e meno dell’imprenditoria locale o degli eventi che si tengono su questo territorio, ma io credo che una speranza per questa città ci sia ancora».

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